“..quel ramo del lago di Como che volge a Mezzogiorno,nei pressi di Lecco, dove cessa il Lgo e ricomincia l’Adda.”
Cosi ha inizio “i Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni.
La sera del 7 Novembre del 1628 il curato della zona, Don Abbondio, è sulla strada del ritorno verso casa dalla passeggiata quotidiana. In mano ha un breviario da cui legge, tra un passo e l’altro, brevi salmi. Alternando a momenti di passeggiata brevi istanti di lettura, percorreva il tratto di sentiero che dalla campagna lo avvicinava a casa; così raggiunse un crocicchio dove due stradine si dividevano raggiungendo rispettivamente il monte che dominava la zone e il fiume che si generava dal Lago. Proprio all’incrocio un tabernacolo riportava un’immagine sacra che Don Abbondio aveva sempre l’abitudine di osservare contemplando le poche figure raffigurate nell’inferno e nel purgatorio.
Don Abbondio percorreva abitualmente quello stesso tratto di strada, così quella volta rimase molto sorpreso di scorgere, proprio in prossimità del crocicchio, dure uomini che non aveva mai incontrato prima.
Avvicinandosi, inoltre, il curato notò alcuni particolari che lo preoccuparono molto agitando la sua passeggiate e il rientro verso casa. Infatti, i due uomini erano armati fino ai denti, avendo addosso una pistola con annesso corno per la polvere da sparo appesi tutti e due ad una grande cinta di cuoio, uno spadone e un pugnale che spuntava dalla loro cintola. Uno dei due era seduto sul muro di cinta che separava la stradina da una proprietà privata, mentre l’altro, in piedi, sembrava intento a chiacchierare con l’amico.
Continuando ad avvicinarsi lentamente al punto in cui i due uomini erano appostati, don Abbondio iniziò a preoccuparsi vedendo che i due, dopo averlo visto, si fecero un cenno appostandosi all’imbocco delle due stradine che partivano dall’incrosio. Tra se e se iniziò a chiedersi perchè quegli uomini fossero in attesa proprio di lui, così, cercando di non far accorgersi, tentò di scoprire la presenza di un altro viottolo da cui poter fuggire o di capire se nei paraggi ci fossero altre persone a cui poter eventualmente chiedere aiuto. Ma la sua ricerca fu vana poiché non vi era nessuno.
Allora, facendosi coraggio, decise di affrontare il pericolo e affrettando il passo giunse davanti ai due uomini ancora li appostati in attesa: subito uno dei due gli rivolse la parola chiedendo conferma su chi fosse e sulla sua intenzione di svolgere, di li a pochi giorni, il matrimonio tra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella.
Don Abbondio, che tramava dalla paura, cercò subito di difendersi spiegando loro la sua estraneità alla decisione presa dai due giovani e che lui era stato solo incaricato di celebrare lo sposalizio.
Uno dei due bravi pronunciò la famosa frase “..questo matrimonio non s’ha da fare ne domani, ne mai!” che allarmò immediatamente il curato molto spaventato e timoroso per la sua incolumità fisica. Continuò, ormai tremante, a difendere la sua posizione spiegando che la decisione non dipendeva da lui e che avrebbe fatto volentieri a meno di celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia, ma alla pronuncia del nome del famoso e temuto Don Rodrigo ogni sua velleità di rivalsa svanì con il gelarsi del sangue nelle sue vene.
Don Abbondio capì che i due sgherri erano emissari di Rodrigo e tentò, per un ultima volta, di convincerli della difficoltà che avrebbe avuto rinunciando a svolgere, nell’occasione, il suo dovere di curato non tenendo la cerimonia religiosa.
Ma pronunciata la volontà di Don Rodrigo e avanzata una chiara minaccia al povero curato i due uomini si allontanarono intonando una canzonaccia volgare.
Don Abbondio rimase impietrito e terrorizzato per l’impegnativa richiesta che gli era stata imposta e per la minaccia di morte che gli era stata fatta. Riprese, così, il breve tratto di strada che lo separava ancora dalla sua casa, ma le gambe si muovevano a fatica bloccate com’erano dalla grande paura.
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