Le due donne vengono messe al corrente dell’accaduto e, dopo non poche riflessioni, decidono che è proprio il caso di chiamare in caso padre Cristoforo, l’unico a cui Lucia ha confessato la vicenda e che sembra in grado di poter fare qualcosa. Il problema, però, diventa il “come” raggiungere Cristoforo senza esser viste e, quindi, senza destar l’attenzione e la morbosa curiosità delle altre donne del paese che sono al corrente delle nozze dei due giovani, ma non delle difficoltà insorte successivamente.Ad avere l’idea per risolvere anche questo problema è la stessa Agnese: infatti la donna pensa subito a fra Galdino che proprio in quel momento è in giro per le case impegnato nella raccolta delle donazioni in noci da portare con se in convento.
E per evitare che il fraticello entri in contatto con altre donne e possa così divulgare la notizia che, invece, deve portare in gran segreto a padre Cristoforo, viene deciso di donare al convento quante più noci possibile da riempire definitivamente la cesta del frate.
Quando Galdino arriva a casa di Lucia viene descritto il miracolo che questo è solito narrare per invogliare i popolani a donare un po’ di noci: l’accadimento interessa un frate, padre Macario, e un contadino proprietario di un grande albero di noci. Insieme ad altri lavoranti l’uomo sta sradicando l’albero per farne legna a causa della sua improduttività, ma viene subito bloccato da Macario che gli promette, invece, una grande quantità di noci per il prossimo raccolto. L’uomo arresta le accette dei lavoranti e promette che all’avvenimento della profezia donerà metà del raccolto al convento.
Quando la profezia si avvera subentra il figlio del contadino ad opporsi al rispetto del patto con il convento: raccoglie l’enorme quantità di noci, ma le tiene tutte per se stipandole nel podere di famiglia.
A questo punto avviene il miracolo: tutte le noci si tramutano in un grande mucchio di foglie secche inutile per qualsiasi produzione o lavoro di campagna.
Naturalmente il racconto dell’evento miracoloso e della grande raccolta di noci che seguì a favore del convento rappresentava l’invito a rinnovare annualmente il gesto di generosità nei confronti della locale comunità dei frati cappuccini. Questa fase della narrazione è dedicata da Alessandro Manzoni a padre Cristoforo di cui viene descritta la storia. La ragione di questa descrizione è che vuole essere descritta la figura del frate e la sua caratura morale.
Padre Cristoforo è un esponente di spicco del convento dei Cappuccini, molto rispettato dai colleghi frati ma soprattutto da tutto il paese e dal circondario.
Frate Cristoforo nacque da una famiglia benestante, ma la sua storia subisce un importante e improvviso cambiamento quando, un giorno, incontra un signorotto famoso per la sua arroganza e il suo vezzo alla provocazione.
Il nostro Frate, il cui vero nome è Ludovico, si trova in transito in una strada cinta da mura insieme a due bravi e ad un maggiordomo di nome Cristoforo.
Ludovico cammina sulla destra della via, lato che, secondo una regola assai diffusa, gli riconosceva la precedenza rispetto a chi sarebbe si sarebbe mai trovato sullo stesso lato.
Ora accadde che un uomo, provenendo in direzione opposta e proprio nello stesso lato della strada, oltre a negare la precedenza a Ludovico, colse anche l’occasione per attaccar briga e sfoderare la spada a mò di sfida.
Ludovico, pronto a difendersi, ma non ad offendere rimase appunto sulla difensiva, ma fu il servitore Cristoforo a frapporsi in sua difesa e a subire l’affondo di spada dell’avversario rimanendone ucciso.
Ludovico, a quel punto, rispose all’attacco e uccise con un colpo secco il signorotto, ma ormai per Cristoforo era troppo tardi.
Ludovico scappò e, consigliato dalla folla che aveva assistito alla vicenda, si rifugiò in un vicino convento. Qui, come era consuetudine per l’epoca, venne accolto e invitato alla redenzione attraverso la vestizione dell’abito monacale.
Ludovico accettò, promettendo di prendere il nome di Cristoforo, in onore del maggiordomo, e di risarcirne la famiglia; inoltre venne stabilito che avrebbe portato le sue scuse anche alla famiglia del signorotto ucciso.
Nel giorno stabilito per l’incontro con il fratello dell’avversario, il palazzo di costui si era riempito di nobili ed esponenti delle alte sfere che volevano assistere all’avveimento tanto importante.
Padre Cristoforo si presentò con lo stesso confratello che, dopo l’incontro, lo avrebbe subito accompagnato nel luogo dove avrebbe iniziato il percorso di noviziato. Entrando nel palazzo, videro subito la folla silenziosa e molto interessata alla vicenda: tutti, infatti, attendevano le parole che Cristoforo avrebbe pronunciato. A reppresentare la famiglia c’era il fratello dell’ucciso che aspettava Cristoforo serio e composto con lo spada in pugno e lo sgardo fiero.
Ma Cristoforo seppe stupire costui e tutta la folla implorando il perdono e appellandosi a Dio a cui stava andando ad affidarsi in convento: la sua richista fu tanto sentita e implorata che il fratello del signorotto ucciso non solo lo perdonò, ma offerse addirittura la propria amicizia e alcuni doni che Ludovico avrebbe comunque potuto portare via con se.
Ma naturalmente Cristoforo non accettò partendo subito e portando via con se solo una pagnotta per sfamarsi durante il viaggio.
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