Renzo era riuscito a salvarsi dalle urla della donna e dall’accorrere di altre persone che volevano attaccarlo grazie all’apprestarsi du alcuni carri carichi di cadaveri guidati da diversi monatti.
Infatti ebbe la prontezza di correre loro incontro e di rifugiarsi proprio in cima ad uno di questi: naturalmente gli inseguitori si videro costretti a bloccare i loro inseguimento atterriti com’erano dalla vista di quell’incombente focolaio di peste.
Il giovane, ora al sicuro, seguì per un tratto il lento e lugubre cammino di quella carovana di morte ascoltando i dialoghi dei monatti e soprendendosi di come questi fossero capaci anche di ridere scherzare nonostante l’orribile lavoro in cui erano impegnati. Alcuni erano seduti al governo dei carri, altri a piedi con in mano fischi di vino, altri ancora addirittura accovacciati sulle montagnole di cadaveri che i carri stessi trasportavano.
In compagnia dei monatti a seduto su uno di questi carri Renzo coprì gran parte della strada che lo separava dal lazzaretto verso cui fece un ultimo tratto a piedi. Raggiunto quel luogo di sofferenza altre terribili scene gli si apriranno davanti e vengono così descritte da Manzoni.
Il giovane viene colpito particolarmente da un numero imprecisato di bambini, tutti ammalati, stesi si un serie di sudici materassi bassi e poggiati direttamente a terra: i piccoli giacevano silenziosi e abbandonati alla malattia. Poco distante, invce, c’era il luogo in cui diverse balie allattavano al seno i più piccoli, neonati rimesti orfani a cui loro davano il latte che avrebbe invece dovuto sfamare i loro bambini straziati dalla peste. Insomma, differentemente dal resto della città, nel lazzaretto le scene di morte erano comunuque accompagnate da esempi di carità umana come mai Renzo ne aveva visti nel resto della città.
Diversi erano i religiosi e le religiose che vagavano indaffarati in quel luogo con la missione di placare la sofferenza degli ammalati e proprio tra questi, mentre il giovane andava alla ricerca del viso di Lucia, ritrovò invece padre Cristoforo.
Dapprima fece quasi fatica a riconoscerlo perché appariva invecchiato, scarno e curvo su se stesso, ma avvicinatosi maggiormante fu certo che si trattava di lui. I due si riconobbero e si parlarono, Renzo chiese naturalmente di Lucia che, purtroppo, non sembrava esser li.
Parlarono anche delle vicende che erano accadute a Monza e di Don Rodrigo e, a sentir ancora quel nome, il giovane espresse tutto il suo odio e la sua intenzione di vendicarsi.
Ma Cristoforo, proprio mensionando la sua storia che Renzo conosceva bene, riuscì a placarne l’animo insieme ad ogni suo folle intento. Padre Cristoforo, inoltre, parlandogli della carità divina e chiedendogli di seguire l’esempio del perdono di Dio lo condusse in una baracca dove erano raccolti alcuni malati. Tra questi, steso su un materasso, gieceva un uomo avvolto in un lenzuolo nel cui volto stravolto dalla malattia Renzo potè riconoscere proprio Rodrigo. Il corpo dell’uomo non sembrava dar segni di vita, tranne che per un fremito improvviso e un appena percettibile gonfiarsi del petto che lasciava comprendere che la lotta contro la morte era ancora accesa.
Quella visione lo convinse della grandezza della giustizia divina e, invitato dal franescano, si ingiocchiò con esso proprio al cospetto del morente Rodrigo: il giovane pregava e si convinceva come anche per quell’uomo che tanto patimento gli aveva provocato, ora la sofferenza giusta o ingiusta era comunque molta.
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