La peste fu, quindi un flagello pauroso che devastò letteralmente tutta la popolazione.
Il contagio scoppiò lungo tutto il territorio percorso dagli esercitie i casi di morte in pochi mesi decuplicarono rapidamente.
Per chi non laconoscesse la peste è una malattia che si manifestava con febbre, palpitazioni, delirio e nei casi più gravi anche con macchie scure presenti sulla pelle o con dei veri e propri bubboni purulenti.
Bisogna precisare come diversi eminenti esponenti della medicina dell’epoca avevano tentato di risolvere l’epidemia dando il loro apporto: tra questi ricordiamo Lodovico Settala e il Tadino, due figure molto famose e legate proprio alla grande epidemia del 1630.
Un fatto che viene riportato anche dal Manzoni e che è degno di nota riguarda l’occasione in cui un funzionario pubblico, un medico incaricato dal tribunale di sanità, venne mandato nel territorio di Lecco per ispezionare la zona e capire quanto grave fosse la situazione. Ebbene, tale commissario, anziché procedere di persona si avvalse di un altro medico locale che lo condusse da un uomo, piuttosto conosciuto dalla popolazione e informato di tutti gli avvenimenti. La cosa ancor più grave è che la decisione di riferire che la malattia diffusasi non fosse peste era proprio legata alle flase informazioni fornite dall’uomo che medico non era e che per di più raccoglieva le false dicerie messe in giro dalla popolazione ignorante.
Anche questo accrebbe, purtroppo, il diffondersi della malattia nonostante i consigli dei medici e la grande opera che comunque i cappuccini e il clero locale avevano organizzato: l’ignoranza dominava le credenze della popolazione che considerava la peste opera di arti venefiche, di esseri diabolici o di malviventi pagati apposta per spargere il contagio tra i villaggi tramite veleni o maledizioni.
La gente arrivò anche a credere di aver scoperto l’origine del contagio in una sostanza giallognola che spesso veniva trovata spalmata su porte e muri delle case per opera di uomini definiti untori che invece segnalavano solo le abitazioni in cui erano presenti casi di contagio.
Inoltre in una caso di calamità come questo anche il senso civico e il rispetto verso le autorità andavano scomparendo per lasciare spazio all’assoluta indisciplina e disprezzo verso il prossimo nel fine di tentare di salvare la propria sfera personale.
I casi di morte, infatti, crescevano di giorno in giorno e la situazione grave veniva anche sfruttata da approfittatori che volevan trarre dalle disgrazie altrui tutto il guadagno possibile. Così anche tra i funzionari pubblici vi era chi tentava di riempire le proprie tasche a scapito del numero crescente dei malati: ci riferiamo, per esempio, ai cosiddetti monatti, coloro che erano addetti alla raccolta degli infermi, al loro trasporto presso il lazzaretto pubblico, alla raccolta dei cadaveri e alla loro tumulazione nelle fosse comuni che venivano scavate sempre più frequentemente.
Si arrivò al punto che i cadaveri erano talmente tanti che chi poteva pagava questi personaggi con delle tangenti per farli giungere al più presto nei pressi delle proprie abitazioni e per effettuare la rimozione dei corpi in putrefazione.
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