La descrizione che Alessandro Manzoni da del castello dell’innominato sembra quasi presentarci un luogo molto più adatto ad una storia di terrore che alle vicende dei nostri promessi sposi.
Il palazzotto, infatti, è arroccato in cima ad un colle e domina tutta la valle che si estende ai suoi piedi. Lo stesso Rodrigo che, accompagnato dal Griso a de altri suoi bravi, si era fermato poco distante l’inizio della salita che portava proprio ai piedi della costruzione e rifletteva su quella particolarità. Inoltre, rifletteva, quel dominare dall’alto tutto quanto ci fosse intorno si addiceva perfettamente alla figura dell’innominato e alla fama che lo accompagnava e lo precedeva in tutti i suoi spostamenti e in tutte le sue losche attività.
Ora, proprio quando la salito iniziava ad inerpicarsi verso l’ingresso della costruzione una piccola osteria che la gente chiamava Malanotte: qui Rodrigo e i suoi bravi vennero accolti da una combriccola di sgherri che, udito il rumore dei cavalli in avvicinamento, si erano appostati sull’uscio ben in vista e con tutto il loro armamentario di schioppi e pugnali ben parato alla vista degli avventori. La bettola, in sostanza, non era che un avamposto dove gli uomini dell’innominato bighellonavano durante le ore di attesa in cui praticamente tenevano sotto controllo il traffico di persone che andavano e venivano dall’abitazione del loro capo.
Rodrigo, viste le condizioni e l’armamentario esposto da quegli uomini, fu svelto ad esporre la sua intenzione di incontrare l’innominato; naturalmente, accolta la richiesta, il Griso e gli altri sgherri che lo accompagnavano vennero disarmati e messi ad attendere in quella specie di avamposto difensivo. Durante il percorso che Rodrigo seguì per entrare nel palazzo dell’innominato Manzoni avanza una descrizione molto efficace a rendere l’idea di un luogo inespugnabile per la sua organizzazione: si trattava di un vero castello fortificato in cui l’ospite venne condotto tra un labirinto interminabile di corridoi e stanze semibuie che si alternavano ad altri ambienti colmi di armi appese alle pareti, strumenti per la battaglia, ma soprattutto uomini armati fio ai denti che stazionavano parlottando e seduti a qualche tavolo giocando a carte. Più che una dimora signorile quel posto dava l’idea di essere un caserma vera e propria. Insomma, Rodrigo stava avendo conferma alle tante parole che aveva udito sul conto di quest’uomo e sulla sua forza militare.
Finalmente il nostro antipatico signorotto viene fatto accedere in una stanza dove si trova proprio l’innominato, ma non dopo aver atteso abbastanza allungo il suo arrivo.
La figura descritta dal Manzoni è quella di un uomo non certo giovane, dall’aspetto decisamente maturo di un uomo che ha già superato la cinquantina, ma che comunque comunica una considerevole forza fisica, grazie alla statura considerevole, e un animo duro e combattivo espresso soprattutto da uno sguardo duro e fermo.
Rodrigo, dopo essersi brevemente presentato, spiego di essersi recato li per ricevere un consiglio circa il da farsi per quella situazione che anche noi conosciamo molto bene. Venne decritta Lucia, il luogo dive si trovava e soprattutto il principale nemico, padre Cristoforo che era l’artefice di tutto quanto accaduto. Ma ciò che suscitò nell’innominato una subitanea reazione convincendolo istantaneamente a rispettare la richiesta di aiuto che gli era stata avanzata fu l’udire il nome della Signora, l’ormai famosa Monaca di Monza: di li a poco Rodrigo avrebbe saputo cosa fare, avrebbe ricevuto le istruzioni da seguire alla lettera.
La soluzione a cui l’innominato aveva pensato riguardava il misterioso personaggio che abitava la casa adiacente al monastero in cui Lucia era protetta; parliamo di Egidio, l’uomo con cui Gertrude aveva avuto la famosa esperienza già descritta e che rappresentava una delle risorse più importanti per lo stesso Innominato. Ora, bisogna specificare come tra Egidio e la nostra madre superiora il legame di complicità e, se vogliamo definirlo di alleanza, non si era mai sciolto proprio a causa della vicenda dell’uccisione e della scomparsa della consorella che Gertrude aveva fatto eliminare per mano dell’uomo. Così per costui non fu affatto difficile ottenere l’appoggio necessario a rapire Lucia.
La nostra protagonista, infatti, una mattina ricevette la strana e inaspettata richiesta proprio dalla madre superiora che le chiese di lasciare momentaneamente il monastero con la scusa di recarsi al padre guardiano dei Cappuccini per una ambasciata improvvisa. Ma, naturalmente, quella era l’occasione concordata con Egidio che avrebbe permesso il ratto della giovane. Infatti, ad attenderla lungo la strada Lucia trovò il Nibbio, fedele e spietato servitore dell’Innominato che, accompagnato in carrozza da altri sgherri, aveva ricevuto l’ordine di svolgere quella missione.
Per il Nibbio il compito fu facilissimo: attirata la ragazza con la scusa di una indicazione per raggiungere Monza, stordirla e caricarla di forza sulla carrozza rappresentò un vero gioco da ragazzi;
Così, in men che non si dica, Lucia venne potata via da Monza e messa nelle mani del tremendo Innominato; ma all’arrivo nel suo castello il Nibbio espresse tutte le sue perplessità confessando la forte pena e compassione che quella ragazza aveva suscitato nel suo cuore di ghiaccio: era stata la prima volta in vita sua.
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