Si tratta di un personaggio maschile dalla rilevanza primaria soprattutto per quanto riguarda gli avvenimenti che si susseguono nella parte iniziale della storia narrata da Alessandro Manzoni.
Ma bisogna sottolineare come la sua figura compare anche in altri successivi e fondamentali passaggi della narrazione.
E’ interessante sapere che l’autore ha ripreso per il curato di Pescarenico il nome di Sant’Abbondio, patrone di Como molto conosciuto e amato soprattutto nelle zone in cui si svolge tutta la storia.
Per quanto riguarda, poi, la caratterizzazione del personaggio è utile specificare come da un punto di vista psicologico e caratteriale pochi sono i dubbi su quella che è la bassa caratura etica e morale dell’uomo.
Di fatto, è molto facile farsi di Don Abbondio un’opinione abbastanza negativa anche se il suo è forse il personaggio più popolare dopo quelli degli stessi Renzo e Lucia; e questo perché Alessandro Manzoni ne ha dato un’immagine assolutamente umana e molto vicina alla realtà al punto da farlo inevitabilmente entrare nel cuore dei lettori.
Nel primo capitolo, che apre tutto il romanzo, l’autore ci descrive l’uomo in atteggiamenti che sono talmente tipici del suo modo di essere da renderci con molta efficacia l’idea di come il personaggio sia effettivamente: nella passeggiata di ritorno verso casa il curato cammina indolente, tranquillo e rilassato mentre legge i versi del libro che tiene in mano. Ne emerge l’ozio, elemento di cui lui gode beatamente perché rappresenta uno dei suoi ideali di vita.
Ma già poco oltre nella narrazione, e ci riferiamo alla vista e all’incontro con i due bravi, spuntano immediatamente le altre forme tipiche del suo carattere: Abbondio è infastidito dalla vista degli uomini che interrompono la sua lettura, quindi la paura e il timore non emergono subito, ma solo pochi minuti dopo. Infatti sappiamo tutti quale sarà la sua reazione alle parole dei bravi.
Ma è bello notare come, avvicinandosi al punto in cui i due lo attendevano, andava chiedendosi se avesse mai nuociuto a qualcuno, o se magari ad essere atteso non fosse lui, ma qualcun altro che giungeva alle sue spalle. Quindi abbiamo letto che, fermatosi all’intimazione di uno dei due e ascoltato quanto lo stesso avesse da comunicargli, non fugge via in preda al terrore e sembra quasi esprimere uninaspettata forza d’animo che, però, nasconde solo una più sincera vigliaccheria.
Sapendo cosa gli è stato comunicato e, soprattutto,da chi gli sia stata rivolta la minaccia, è molto utile andare ad analizzare anche il “sonno agitato” che gli nega il riposo durante la notte e i sentimenti dominanti che sono la paura profonda e viscerale per la minaccia ricevuta alla sua incolumità e il fastidio per aver visto rompersi la tanto amata e desiderata tranquillità, che è l’unico scopo della sua vita.
Ma andiamo più avanti e arriviamo alla notte degli imbrogli.
Come riescono, Tonio e Gervaso, a farsi accogliere dal curato in casa propria nonstante l’ora tarda e il rilassato impegno nella lettura a cui Abbondio si era pacatamente dedicato? Ma con la scusa della restituzione del denaro, altra vile preoccupazione che il religioso portava sempre con se data anche la situazione di scarsità e miseria che regnava a quei tempi tra la popolazione.
Ma un altro aspetto che deve essere assolutamente rilevato è anche l’atteggiamento con cui, dopo l’inganno e il vano tentativo di Renzo e Lucia che gli si erano intrufolati in casa, Abbondio reagisce non tanto per ottenere una punizione a danno dei colpevoli, quanto per mettere tutto a tecere ed evitare che Don Rodrigo possa venir a sapere dell’accaduto. Anche qui sono il timore e la vigliaccheria che emergono e dominano letteralmente ogni azione e decisione del curato.
Ma arriviamo a parlare del momento clou della narrazione in cui tutta la sapiente costruzione del personaggio fatta da Alessandro Manzoni emerge con maggior forza: ci riferiamo all’incontro tra Don Abbondio e il cardinale Federigo Borromeo e al totale annichilimento del primo sovrastato dalla grendezza morale e dalla giustezza del secondo. Dalla scena e dalla discussione tanto bene decritta emerge, in sostanza, che se Borromeo è un uomo nato e cresciuto per rendersi servitore, il nostro Abbondio è, al contrario, un uomo che si è rifugiato in una “classe riverita” per farsi servire.
Il curato non è disposto a sacrificarsi per il prossimo come, invece, la dottrina cristiana gli chiede di fare ma, al contrario, si preoccupa che la sua posizione di esponente del clero possa assicurargli protezione e favori. . E tutto questo per le ragioni che abbiamo già esposto e per la sua grande paura: pensate alla faccia dell’uomo quando gli viene chiesto di lasciarsi accompagnare dal celeberrimo Innominato fin su al suo castello per incontrare Lucia. Avrebbe preferito morire.
Dopo una lunga pausa dovuta agli accadimenti legati alla pestilenza, alla guerra e alle vicende più importanti di Renzo e Lucia, lo ritroviamo finalmente tornato a Pescarenico quando tutto è terminato e la paura della morte si è finalmente allontanata.
Il lieto fine dell’intera vicenda lo vedrà ptroganista, dal momento che sarà lui in persona a celebrare il matrimonio tra i due promessi sposi, ma solo dopo che il susseguirsi delle vicende gli infondono l’assoluta certezza di essere scampato da ogni rischio: ci riferiamo alla notizia garantita della morte di Don Rodrigo comunicatagli dal marchese suo ereditiero.
| < Prec. | Succ. > |
|---|


