Promessi Sposi

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I Personaggi

 

Renzo Tramaglino

Parliamo del principale protagonista maschile della storia narrata da Alessandro Manzoni. Lorenzo Tramaglino è il nome per intero di questa importante figura. Si tratta di un  giovane di trent’anni dalle umili origini: figlio di filatori di seta, era rimasto orfano in giovane età e aveva ereditato la piccola attività che aveva poi continuato a svolgere autonomamente. Lo troviamo che vive in una situazione economica tranquilla: infatti, nonstante la carestia, che all’inizio della vicenda aveva già iniziato da tempo a far sentire i suoi effetti, si trova in una condizione abbastanza agiata. Il settore della filatuta della seta era in forte crisi, molti operai specializzati sceglievano spesso di trasferirsi negli stati vicini dove le paghe erano migliori, ma la sua permanenza nel paese natale garantisce a lui che continua l’attività una più che buona rendita. Inoltre c’è da aggiungere come adiacente alla propria abitazione il giovane ha a disposizione un appezzamento di terreno da cui riesce a ricavare raccolti discreti che gli permettevano di arrotondare efficacemente il prodotto del filatoio.Renzo è innamorato di una giovane contadina, Lucia Mondella.Quando la narrazione comincia i due si sono già conosciuti a hanno ben organizzato tutto per il giorno delle nozze che sappiamo poi non esser andato a buon fine. Ma quello che interessa maggiormente è capire come Alessandro Manzoni sia riuscito a caratterizzare questo personaggio che, ricordiamolo, è un umile popolano di cui poco si poteva narrare in forma romanzata e quindi interessante.Inevitabilmente la questione principale, per l’autore, era quella di costruirne il carattere, quello di mostrare i suoi tratti psicologici preminenti.E l’obiettivo viene certamente raggiunto grazie alla costruzione di diversi passi centrali della storia in cui lo stesso Renzo ha modo di esplicare molto efficacemente gli elementi costitutivi del proprio carattere. Nei primissimi capitoli un momento molto significativo, ad esempio, è quello in cui il nostro protagonista, recatosi da Don Abbondio per concludere i preparativi del matrimonio e confermare l’ora e il luogo della celebrazione religiosa arriva, invece, a discutere con il curato con animo e vivacità. Cosa ne emerge?Renzo ha un carattere vivace e pronto a scattare in ribellioni imrpovvise che però riescono a sopirsi con altrettanta rapidità: quando, infatti, il giovane ne discute anche con l’amata Lucia e la madre Agnese tralascia l’esuberanza per ragionare e partecipare alla ricerca di una soluzione alternativa.Quindi possiamo parlare non di prepotenza, bensì quasi di un’energia giovanile  e ancora un po’ ingenua.D’altronde non dimentichiamo che Renzo non si è mai allontanato prima dal paese dove è nato e cresciuto. Qui ha continuato a vivere e lavorare in piena autonomia, quindi imparando a prendersi cura delle faccende domestiche, ma non ha mai avuto vere occasioni di allargare le proprie vedute e fare altre importanti esperienze di vita.Così, quando la vicenda prosegue e giunge la fase del suo trasferimento a Milano, emerge anche la sua inesperienza e la sua eccessiva onestà: se tra le montagne e le questioni inerenti la vita del paese Renzo può essere considerato uomo intelligente e persino furbo, in questo nuovo contesto la sua inesperienza di vita lo porterà a compiere diversi gravi errori. Pensiamo alla prima scena dei tumulti di piazza descritta da Manzoni: il giovane è attratto da frastuono, è incuriosito dal motivo di tutto quel protestare e quando ode le intenzioni violente che la popolazioni esprime nei confronti del vicario della città ne rimane colpito.Renzo è timoroso e rispettoso verso Dio, è un uomo che appoggia apertamente la giustizia e i governanti perché è un fautore dell’ordine. Ha un gran cuore ed è caritatevole, come dimostra quando, in viaggio da Milano verso Bergamo durante la fuga, dona i suoi ultimi soldi alla povera famiglia di contadini o quando sempre a Milano, ma durante l’epidamia di peste, si priva dei suoi ultimi pani per sfamare una donna e alcuni bambini rinchiusi in un’abitazione.Ma proseguiamo con le vicende della rivolta del pane.Quando, raggiunta la folla che vuole attaccare la casa del vicario, improvvisa il suo piccolo soliloquio attirando l’attenzione di molti presenti non fa delle provocazioni, ma parla di giustizia sociale mostrando tutta la sua onestà morale e intelletuale. Peccato, però, che proprio in questa occasione a causa della sua ingenuità si mette in mostra anche nei confronti della “guida sconosciuta”, un esponente delle forze dell’ordine, che interpreterà il suo vivace intervento come espressione di un’errata volontà sovversiva. Ma non bisogna pensare, però, che da qui in poi il personaggio avrà una caratterizzazione negativa.Il giorno seguente, quando lo ritroviamo in strada braccato dalla milizia e dal notaio criminale, infatti, Renzo ci da altra prova della sua furbizia: cosa fa quando, durante quel tragitto sotto scorta, si imbatte nelle stesse persone che il giorno prima lo hanno ascoltato davanti alla casa del vicario?Aguzza l’ingegno e ne ottiene l’intervento a suo favore proprio andando a stuzzicare quella che è la ferita aperta, e cioè la lotta per il pane e i soprusi ai danni della povera gente.Un altro momento della storia che è assolutamente degno di nota è quello in cui il giovane, certamente ammansito da padre Cristoforo, arriva però a riconoscere il proprio perdono al suo grande nemico, l’acerrimo Don Rodrigo, l’uomo che aveva più volte minacciato di voler uccidere senza pietà. Il tema, anche qui, è quello dell’incondizionato rispetto divino: è dalla sua educazione religiosa e dalla bontà d’animo che imparava a trovare il coraggio di superare l’odio per un ultimo  gesto di pietà.

 

Lucia Mondella

Si tratta della principale figura femminile del romanzo importante, però, soprattutto per il legame che la vede collegata a Renzo e per le vicende che la interessano da cui emerge, comunque, una sua particolare complessità.Alessandro Manzoni la presenta come una giovane contadina dalle umili origini educata secondo la severa tradizione religiosa dell’epoca da cui deriva la grande devozione e l’immenso rispetto per tutto quello che riguarda la fede e la dottrina cristiana.L’autore ne descrive appena la  normale bellezza, il fascino privo di particolari caratteri dominanti e piuttosto semplice nel complesso. D’altronde parliamo di una giovane filatrice che non si è mai allontanata dal paese dove è nata è che non presenterà mai particolari velleità e ambizioni se non quella di sposarsi con Renzo.Forse, l’elemento che più di tutti diventa tipico della figura di Lucia nella narrazione de “I Promessi Sposi” è quello legato al suo essere quasi l’incarnazione della purezza e della semplicità umana.Ad esempio, quando Renzo dopo essersi incontrato con Don Abbondio e aver scoperto che nel’improvviso ritardo del matrimonio c’è di mezzo Don Rodrigo, vengono palesate tutte le intenzioni vendicative del giovane proprio nei confronti di quest’ultimo. Ma basterà al giovane pensare all’amata Lucia per ritrovare una positiva e pacifica tranquillità. Quindi parliamo di Lucia come di una persona ispiratrice di sentimenti onesti e caratterizzata non da una feminilità prorompente e provocante bensì, al contrario, da un esser donna in maniera semplice, sana, pulita e allo stesso tempo efficace al punto di attirare su di se anche le attenzioni del temibile Rodrigo.Parliamo, inoltre, di una giovane che ha perso il padre in tenera età e che ha nella madre l’unico spirito guida.Ma un monento importante della vicenda in cui Lucia ricopre un ruolo determinante è quello della “notte degli imbrogli” in cui i due promessi sposi, recatisi clandestinamente nell’abitazione del curato grazie anche all’appoggio di Tonio e Gervaso, devono tentare di risolvere le loro nozze.Ebbene, se da un lato troviamo in Renzo una fredda determinazione nella giovane possiamo, invece, rilevare una forte preoccupazione e contrarietà per quella soluzione avventata e di certo disonesta. Cosa farà Lucia quando Abbondio accortosi dell’iinganno la copre con con un tappeto per evitare che pronunci la formula? Praticamente non reagisce, non proferisce parola e il tentativo escogitato da Renzo e Agnese fallisce.Però è proprio nel proseguo immediato della storia che la troviamo nuovamente protagonista e artefice di quello che sarà il passo successivo, ossia il coinvolgimento di padre Cristoforo.  Anche se probabilmente non appare, Lucia rappresenta un personaggio abbastanza complesso.La sua innocenza, infatti, non è sinonimo di ingenuità e la sua volontà di sposare Renzo è assolutamente manifesta, salvo però voler raggiungere il matrimonio senza sotterfugi.Diventa facile comprendere la controvoglia con cui la giovane aveva seguito Renzo in casa del curato, ma più difficile riuscire ad interpretarne realmente l’animo. La giovane rifugge qualsiasi espressione di violenza prodotta dal giovane anche quando lo stesso si riferisce a Don Rodrigo, ma è pronta a escogitare una soluzione prendendo in considerazione proprio l’aiuto dell’amico francescano Cristoforo. Si fida di lui perché crede in Dio e nella giustezza delle persone di Chiesa.Naturalmente anche nel caso del suo rapimento escogitato dall’Inominato e Egidio, ma con la complicità della Monaca di Monza, si tratta di una fiducia che non possiamo definire ingenua.Ricordiamo, infatti, come sia Gertrude a trovarsi in una posizione tale da indurre la giovane comunque a riporre in lei la sua fiducia.  Più avanti ancora nella storia, e per la precisione nel momento in cui L’Innominato va  a farle visita nella casa della vecchia dove è stata condotta, Lucia da segno della sua forza d’animo e della sua risolutezza: pur spevenata dalla presenza dell’uomo lo affronta con coraggio mostrandosi pronta addirittura alla morte.

 

Don Abbondio

Si tratta di un personaggio maschile dalla rilevanza primaria soprattutto per quanto riguarda gli avvenimenti che si susseguono nella parte iniziale della storia narrata  da Alessandro Manzoni.Ma bisogna sottolineare come la sua figura compare anche in altri successivi e fondamentali passaggi della narrazione.E’ interessante sapere che l’autore ha ripreso per il curato di Pescarenico il nome di Sant’Abbondio, patrone di Como molto conosciuto e amato soprattutto nelle zone in cui si svolge tutta la storia.Per quanto riguarda, poi, la caratterizzazione del personaggio è utile specificare come da un punto di vista psicologico e caratteriale pochi sono i dubbi su quella che è la bassa caratura etica e morale dell’uomo.Di fatto, è molto facile farsi di Don Abbondio un’opinione abbastanza negativa anche se il suo è forse il personaggio più popolare dopo quelli degli stessi Renzo e Lucia; e questo perché Alessandro Manzoni ne ha dato un’immagine assolutamente umana e molto vicina alla realtà al punto da farlo inevitabilmente entrare nel cuore dei lettori.Nel primo capitolo, che apre tutto il romanzo, l’autore ci descrive l’uomo in atteggiamenti che sono talmente tipici del suo modo di essere da renderci con molta efficacia l’idea di come il personaggio sia effettivamente: nella passeggiata di ritorno verso casa il curato cammina indolente, tranquillo e rilassato mentre legge i versi del libro che tiene in mano. Ne emerge l’ozio, elemento di cui lui gode beatamente perché rappresenta uno dei suoi ideali di vita.Ma già poco oltre nella narrazione, e ci riferiamo alla vista e all’incontro con i due bravi, spuntano immediatamente le altre forme tipiche del suo carattere: Abbondio è infastidito dalla vista degli uomini che interrompono la sua lettura, quindi la paura e il timore non emergono subito, ma solo pochi minuti dopo. Infatti sappiamo tutti quale sarà la sua reazione alle parole dei bravi.Ma è bello notare come, avvicinandosi al punto in cui i due lo attendevano, andava chiedendosi se avesse mai nuociuto a qualcuno, o se magari ad essere atteso non fosse lui, ma qualcun altro che giungeva alle sue spalle. Quindi abbiamo letto che, fermatosi all’intimazione di uno dei due e ascoltato quanto lo stesso avesse da comunicargli, non fugge via in preda al terrore e sembra quasi esprimere uninaspettata forza d’animo che, però, nasconde solo una più sincera vigliaccheria.Sapendo cosa gli è stato comunicato e, soprattutto,da chi gli sia stata rivolta la minaccia, è molto utile andare ad analizzare  anche il “sonno agitato” che gli nega il riposo durante la notte e i sentimenti dominanti che sono la paura profonda e viscerale per la minaccia ricevuta alla sua incolumità e il fastidio per aver visto rompersi la tanto amata e desiderata tranquillità, che è l’unico scopo della sua vita.Ma andiamo più avanti e arriviamo alla notte degli imbrogli.Come riescono, Tonio e Gervaso, a farsi accogliere dal curato in casa propria nonstante l’ora tarda e il rilassato impegno nella lettura a cui Abbondio si era pacatamente dedicato? Ma con la scusa della restituzione del denaro, altra vile preoccupazione che il religioso portava sempre con se data anche la situazione di scarsità e miseria che regnava a quei tempi tra la popolazione.Ma un altro aspetto che deve essere assolutamente rilevato è anche l’atteggiamento con cui, dopo l’inganno e il vano tentativo di Renzo e Lucia che gli si erano intrufolati in casa, Abbondio reagisce  non tanto per ottenere una punizione a danno dei colpevoli, quanto per mettere tutto a tecere ed evitare che Don Rodrigo possa venir a sapere dell’accaduto. Anche qui sono il timore e la vigliaccheria che emergono e dominano letteralmente ogni azione e decisione del curato.Ma arriviamo a parlare del momento clou della narrazione in cui tutta la sapiente costruzione del personaggio fatta da Alessandro Manzoni emerge con maggior forza: ci riferiamo all’incontro tra Don Abbondio e il cardinale Federigo Borromeo e al totale annichilimento del primo sovrastato dalla grendezza morale e dalla giustezza del secondo. Dalla scena e dalla discussione tanto bene decritta emerge, in sostanza, che se Borromeo è un uomo nato e cresciuto per rendersi servitore, il nostro Abbondio è, al contrario, un uomo che si è rifugiato in una “classe riverita” per farsi servire.Il curato non è disposto a sacrificarsi per il prossimo come, invece, la dottrina cristiana gli chiede di fare ma, al contrario, si preoccupa che la sua posizione di esponente del clero possa assicurargli protezione e favori. . E tutto questo per le ragioni che abbiamo già esposto e per la sua grande paura: pensate alla faccia dell’uomo quando gli viene chiesto di lasciarsi accompagnare dal celeberrimo Innominato fin su al suo castello per incontrare Lucia. Avrebbe preferito morire.Dopo una lunga pausa dovuta agli accadimenti legati alla pestilenza, alla guerra e alle vicende più importanti di Renzo e Lucia, lo ritroviamo finalmente tornato a Pescarenico quando tutto è terminato e la paura della morte si è finalmente allontanata. Il lieto fine dell’intera vicenda lo vedrà ptroganista, dal momento che sarà lui in persona a celebrare il matrimonio tra i due promessi sposi, ma solo dopo che il susseguirsi delle vicende gli infondono l’assoluta certezza di essere scampato da ogni rischio: ci riferiamo alla notizia garantita della morte di Don Rodrigo comunicatagli dal marchese suo ereditiero.

 

Don Rodrigo

Un personaggio molto interessante che merita attenzione per il ruolo che ricopre all’interno della vicenda e per il suo particolare valore carico di una connotazione negativa. Un aspetto che deve essere necessariamente tenuto in considerazione è che l’autore non ha affatto offerto una descrizione fisica di questo personaggio di cui possiamo desumere,quindi, solo le preincipali peculiartià caratteriali e comportamentali. Don Rodrigo incarna molto bene alcuni valori diffusi nel Seicento e la migliore descrizione offertarci del personaggio è quella contenuta nel quinto capitolo in cui padre Cristoforo si reca a palazzo per conferire proprio con lui. Colpisce molto la presentazione fatta del borgo in cui l’abitazione del signorotto si trova. Naturalmente si tratta di una descrizione filtrata dai pensieri del francescano che sta percorrendo le vie di quel piccolo centro abitato che lo condurranno proprio al palazzo. E la decrizione di quegli uomini dall’aria sospettosa e aggressiva e di quelle donne dall’aspetto quasi virile è, di fatto, uno specchio di come lo stesso personaggio di Rodrigo è stato costruito.Lui è un signorotto non esageratamente ricco, ma comunque benestante e abbastanza altolocato da potersi permettere una condotta di vita all’insegna della sbruffonaggine e della malvivenza: ne è una testimonianza il fatto che opera in tutto il cinrcondario compiendo atti di violenza verso la popolazione grazie ad un certo potere d’azione di cui è consapevole e ovviamente compiaciuto. Ma scendiamo più nel particolare e cerchiamo di comprendere meglio le linee del suo carattere.Rodrigo è una figura vocata, si, al male, ma non in maniera stupida e senza attenzione alla voce della coscienza. Non è dotato di una intelligenza sopraffina, ma cela comunque una prontazza di pensiero degna di nota.Naturalmente dobbiamo far riferimento al suo incontro con Cristoforo giunto a palazzo per discutere della grave questione di Lucia Mondella. Rodrigo, ricordiamolo, si trovava a tavola dove diversi invitati discutevano animatamente di diverse questioni, tra cui la violenta guerra tra Francia e Spagna. Il padrone era certamente interessato alla conversazione, però alla vista del francescano prova inquietudine, disagio, fastidio. Rodrigo è abituato al comando e alla malizia, per cui saprà nascondere molto bene questi sentimenti nel momento in cui si apparta in un’altra stanza assieme al religioso ostentando la massima cordialità.  Ovviamente sappiamo anche come l’incontro si svolge  e quale ne sarà l’esito: nell’occasione il padrone di casa non frena assolutamente la sua lingua soprattutto nel momento in cui sa di dover rispondere all’affronto fattogli da Cristoforo. Rodrigo lo mortifica e lo apostrofa affermando che “ non è venuto al mondo con il cappuccio in capo, che il mondo lo ha conosciuto e che ha fatta la sua carovana” con un chiaro riferimento al passato non proprio tranquillo dello stesso religioso.Insomma, il bel carattere forte e agressivo di Rodrigo emerge chiaramente durante questa importante scena. Ma andiamo avanti. Un elemento che deve essere altrettanto tenuto in considerazione è il rispetto che l’uomo, comunque, ha nei confronti della religione: Rodrigo non nega l’esistenza di Dio, anzi ci crede, ma ne sente la presenza in maniera oppressiva e fastidiosa perché viene sempre a mettersi in mezzo quando un uomo decide di fare qualcosa per il proprio piacere. E questo, naturalmente, accade nel caso di Lucia, che l’uomo ha deciso di avere per se, in cui l’entità celeste si manifesta nelle figura di padre Cristoforo. Comunque, dall’incontro di cui stiamo parlando il signorotto ne esce molto infastidito a causa soprattutto del fatto che un piccolo frate abbia avuto il coraggio di insultarlo e provocarlo direttamente in casa sua: questo è un sintomo del forte senso dell’onore sentito da Rodrigo che si ripercuoterà sensibilmente anche sul nuovo sentimento di rivalsa che quella vicenda stimolerà inevitabilmente in lui. Da li, poi, nasceranno tutte le decisioni relative al rapimento e alla richiesta d’aiuto nei confronti dell’Innominato: dall’incontro con il francescano l’uomo ne è uscito molto turbato, ma la decisione del rapimento è un passo molto lungo che Rodrigo non ha mai compiuto prima; è una decisione nuova a cui non si sente pronto e verso cui sviluppa delle segrete preoccupazioni. Naturalmente è la coscienza ad emergere in lui e a lottare contro la sua caparbia e orgogliosa alterigia. La fine di questo personaggio che Alessandro Manzoni ci descrive è certamente legata all’aprirsi di quel percorso nella narrazione che muove verso il lieto fine. E ad un personaggio negativo, ad un antagonista di questo calibro non poteva che essere dedicata una morte sofferente e, come può pensare la maggior parte dei lettori, assolutamente meritata.