Promessi Sposi

Monday
Sep 06th
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Capitolo 33

Una notte, verso la fine d'agosto, proprio nel colmo della peste, tornava don Rodrigo a casa sua, in Milano, accompagnato dal fedel Griso, l'uno de' tre o quattro che, di tutta la famiglia, gli eran rimasti vivi. Tornava da un ridotto d'amici soliti a straviziare insieme, per passar la malinconia di quel tempo: e ogni volta ce n'eran de' nuovi, e ne mancava de' vecchi. Quel giorno, don Rodrigo era stato uno de' più allegri; e tra l'altre cose, aveva fatto rider tanto la compagnia, con una specie d'elogio funebre del conte Attilio, portato via dalla peste, due giorni prima.

Camminando però, sentiva un mal essere, un abbattimento, una fiacchezza di gambe, una gravezza di respiro, un'arsione interna, che avrebbe voluto attribuir solamente al vino, alla veglia, alla stagione. Non aprì bocca, per tutta la strada; e la prima parola, arrivati a casa, fu d'ordinare al Griso che gli facesse lume per andare in camera. Quando ci furono, il Griso osservò il viso del padrone, stravolto, acceso, con gli occhi in fuori, e lustri lustri; e gli stava alla lontana: perché, in quelle circostanze, ogni mascalzone aveva dovuto acquistar, come si dice, l'occhio medico.

- Sto bene, ve', - disse don Rodrigo, che lesse nel fare del Griso il pensiero che gli passava per la mente. - Sto benone; ma ho bevuto, ho bevuto forse un po' troppo. C'era una vernaccia!... Ma, con una buona dormita, tutto se ne va. Ho un gran sonno... Levami un po' quel lume dinanzi, che m'accieca... mi dà una noia...!

- Scherzi della vernaccia, - disse il Griso, tenendosi sempre alla larga. - Ma vada a letto subito, ché il dormire le farà bene.

- Hai ragione: se posso dormire... Del resto, sto bene. Metti qui vicino, a buon conto, quel campanello, se per caso, stanotte avessi bisogno di qualche cosa: e sta' attento, ve', se mai senti sonare. Ma non avrò bisogno di nulla... Porta via presto quel maledetto lume, - riprese poi, intanto che il Griso eseguiva l'ordine, avvicinandosi meno che poteva. - Diavolo! che m'abbia a dar tanto fastidio!

Il Griso prese il lume, e, augurata la buona notte al padrone, se n'andò in fretta, mentre quello si cacciava sotto.

Ma le coperte gli parvero una montagna. Le buttò via, e si rannicchiò, per dormire; ché infatti moriva dal sonno. Ma, appena velato l'occhio, si svegliava con un riscossone, come se uno, per dispetto, fosse venuto a dargli una tentennata; e sentiva cresciuto il caldo, cresciuta la smania. Ricorreva col pensiero all'agosto, alla vernaccia, al disordine; avrebbe voluto poter dar loro tutta la colpa; ma a queste idee si sostituiva sempre da sé quella che allora era associata con tutte, ch'entrava, per dir così, da tutti i sensi, che s'era ficcata in tutti i discorsi dello stravizio, giacché era ancor più facile prenderla in ischerzo, che passarla sotto silenzio: la peste.

Dopo un lungo rivoltarsi, finalmente s'addormentò, e cominciò a fare i più brutti e arruffati sogni del mondo. E d'uno in un altro, gli parve di trovarsi in una gran chiesa, in su, in su, in mezzo a una folla; di trovarcisi, ché non sapeva come ci fosse andato, come gliene fosse venuto il pensiero, in quel tempo specialmente; e n'era arrabbiato. Guardava i circostanti; eran tutti visi gialli, distrutti, con cert'occhi incantati, abbacinati, con le labbra spenzolate; tutta gente con certi vestiti che cascavano a pezzi; e da' rotti si vedevano macchie e bubboni. - Largo canaglia! - gli pareva di gridare, guardando alla porta, ch'era lontana lontana, e accompagnando il grido con un viso minaccioso, senza però moversi, anzi ristringendosi, per non toccar que' sozzi corpi, che già lo toccavano anche troppo da ogni parte. Ma nessuno di quegl'insensati dava segno di volersi scostare, e nemmeno d'avere inteso; anzi gli stavan più addosso: e sopra tutto gli pareva che qualcheduno di loro, con le gomita o con altro, lo pigiasse a sinistra, tra il cuore e l'ascella, dove sentiva una puntura dolorosa, e come pesante. E se si storceva, per veder di liberarsene, subito un nuovo non so che veniva a puntarglisi al luogo medesimo. Infuriato, volle metter mano alla spada; e appunto gli parve che, per la calca, gli fosse andata in su, e fosse il pomo di quella che lo premesse in quel luogo; ma, mettendoci la mano, non ci trovò la spada, e sentì in vece una trafitta più forte. Strepitava, era tutt'affannato, e voleva gridar più forte; quando gli parve che tutti que' visi si rivolgessero a una parte. Guardò anche lui; vide un pulpito, e dal parapetto di quello spuntar su un non so che di convesso, liscio e luccicante; poi alzarsi e comparir distinta una testa pelata, poi due occhi, un viso, una barba lunga e bianca, un frate ritto, fuor del parapetto fino alla cintola, fra Cristoforo. Il quale, fulminato uno sguardo in giro su tutto l'uditorio, parve a don Rodrigo che lo fermasse in viso a lui, alzando insieme la mano, nell'attitudine appunto che aveva presa in quella sala a terreno del suo palazzotto. Allora alzò anche lui la mano in furia, fece uno sforzo, come per islanciarsi ad acchiappar quel braccio teso per aria; una voce che gli andava brontolando sordamente nella gola, scoppiò in un grand'urlo; e si destò. Lasciò cadere il braccio che aveva alzato davvero; stentò alquanto a ritrovarsi, ad aprir ben gli occhi; ché la luce del giorno già inoltrato gli dava noia, quanto quella della candela, la sera avanti; riconobbe il suo letto, la sua camera; si raccapezzò che tutto era stato un sogno: la chiesa, il popolo, il frate, tutto era sparito; tutto fuorché una cosa, quel dolore dalla parte sinistra. Insieme si sentiva al cuore una palpitazion violenta, affannosa, negli orecchi un ronzìo, un fischìo continuo, un fuoco di dentro, una gravezza in tutte le membra, peggio di quando era andato a letto. Esitò qualche momento, prima di guardar la parte dove aveva il dolore; finalmente la scoprì, ci diede un'occhiata paurosa; e vide un sozzo bubbone d'un livido paonazzo.

L'uomo si vide perduto: il terror della morte l'invase, e, con un senso per avventura più forte, il terrore di diventar preda de' monatti, d'esser portato, buttato al lazzeretto. E cercando la maniera d'evitare quest'orribile sorte, sentiva i suoi pensieri confondersi e oscurarsi, sentiva avvicinarsi il momento che non avrebbe più testa, se non quanto bastasse per darsi alla disperazione. Afferrò il campanello, e lo scosse con violenza. Comparve subito il Griso, il quale stava all'erta. Si fermò a una certa distanza dal letto; guardò attentamente il padrone, e s'accertò di quello che, la sera, aveva congetturato.

- Griso! - disse don Rodrigo, rizzandosi stentatamente a sedere: - tu sei sempre stato il mio fido.

- Sì, signore.

- T'ho sempre fatto del bene.

- Per sua bontà.

- Di te mi posso fidare...!

- Diavolo!

- Sto male, Griso.

- Me n'ero accorto.

- Se guarisco, ti farò del bene ancor più di quello che te n'ho fatto per il passato.

Il Griso non rispose nulla, e stette aspettando dove andassero a parare questi preamboli.

- Non voglio fidarmi d'altri che di te, - riprese don Rodrigo: - fammi un piacere, Griso.

- Comandi, - disse questo, rispondendo con la formola solita a quell'insolita.

- Sai dove sta di casa il Chiodo chirurgo?

- Lo so benissimo.

- È un galantuomo, che, chi lo paga bene, tien segreti gli ammalati. Va' a chiamarlo: digli che gli darò quattro, sei scudi per visita, di più, se di più ne chiede; ma che venga qui subito; e fa' la cosa bene, che nessun se n'avveda.

- Ben pensato, - disse il Griso: - vo e torno subito.

- Senti, Griso: dammi prima un po' d'acqua. Mi sento un'arsione, che non ne posso più.

- No, signore, - rispose il Griso: - niente senza il parere del medico. Son mali bisbetici: non c'è tempo da perdere. Stia quieto: in tre salti son qui col Chiodo.

Così detto, uscì, raccostando l'uscio.

Don Rodrigo, tornato sotto, l'accompagnava con l'immaginazione alla casa del Chiodo, contava i passi, calcolava il tempo. Ogni tanto ritornava a guardare il suo bubbone; ma voltava subito la testa dall'altra parte, con ribrezzo. Dopo qualche tempo, cominciò a stare in orecchi, per sentire se il chirurgo arrivava: e quello sforzo d'attenzione sospendeva il sentimento del male, e teneva in sesto i suoi pensieri. Tutt'a un tratto, sente uno squillo lontano, ma che gli par che venga dalle stanze, non dalla strada. Sta attento; lo sente più forte, più ripetuto, e insieme uno stropiccìo di piedi: un orrendo sospetto gli passa per la mente. Si rizza a sedere, e si mette ancor più attento; sente un rumor cupo nella stanza vicina, come d'un peso che venga messo giù con riguardo; butta le gambe fuor del letto, come per alzarsi, guarda all'uscio, lo vede aprirsi, vede presentarsi e venire avanti due logori e sudici vestiti rossi, due facce scomunicate, due monatti, in una parola; vede mezza la faccia del Griso che, nascosto dietro un battente socchiuso, riman lì a spiare.

- Ah traditore infame!... Via, canaglia! Biondino! Carlotto! aiuto! son assassinato! - grida don Rodrigo; caccia una mano sotto il capezzale, per cercare una pistola; l'afferra, la tira fuori; ma al primo suo grido, i monatti avevan preso la rincorsa verso il letto; il più pronto gli è addosso, prima che lui possa far nulla; gli strappa la pistola di mano, la getta lontano, lo butta a giacere, e lo tien lì, gridando, con un versaccio di rabbia insieme e di scherno: - ah birbone! contro i monatti! contro i ministri del tribunale! contro quelli che fanno l'opere di misericordia!

- Tienlo bene, fin che lo portiam via, - disse il compagno, andando verso uno scrigno. E in quella il Griso entrò, e si mise con colui a scassinar la serratura.

- Scellerato! - urlò don Rodrigo, guardandolo per di sotto all'altro che lo teneva, e divincolandosi tra quelle braccia forzute. - Lasciatemi ammazzar quell'infame, - diceva quindi ai monatti, - e poi fate di me quel che volete -. Poi ritornava a chiamar con quanta voce aveva, gli altri suoi servitori; ma era inutile, perché l'abbominevole Griso gli aveva mandati lontano, con finti ordini del padrone stesso, prima d'andare a fare ai monatti la proposta di venire a quella spedizione, e divider le spoglie.

- Sta' buono, sta' buono, - diceva allo sventurato Rodrigo l'aguzzino che lo teneva appuntellato sul letto. E voltando poi il viso ai due che facevan bottino, gridava: - fate le cose da galantuomini!

- Tu! tu! - mugghiava don Rodrigo verso il Griso, che vedeva affaccendarsi a spezzare, a cavar fuori danaro, roba, a far le parti, - Tu! dopo...! Ah diavolo dell'inferno! Posso ancora guarire! posso guarire! - Il Griso non fiatava, e neppure, per quanto poteva, si voltava dalla parte di dove venivan quelle parole.

- Tienlo forte, - diceva l'altro monatto: - è fuor di sé.

Ed era ormai vero. Dopo un grand'urlo, dopo un ultimo e più violento sforzo per mettersi in libertà, cadde tutt'a un tratto rifinito e stupido: guardava però ancora, come incantato, e ogni tanto si riscoteva, o si lamentava.

I monatti lo presero, uno per i piedi, e l'altro per le spalle, e andarono a posarlo sur una barella che avevan lasciata nella stanza accanto; poi uno tornò a prender la preda; quindi, alzato il miserabil peso, lo portaron via.

Il Griso rimase a scegliere in fretta quel di più che potesse far per lui; fece di tutto un fagotto, e se n'andò. Aveva bensì avuto cura di non toccar mai i monatti, di non lasciarsi toccar da loro; ma, in quell'ultima furia del frugare, aveva poi presi, vicino al letto, i panni del padrone, e gli aveva scossi, senza pensare ad altro, per veder se ci fosse danaro. C'ebbe però a pensare il giorno dopo, che, mentre stava gozzovigliando in una bettola, gli vennero a un tratto de' brividi, gli s'abbagliaron gli occhi, gli mancaron le forze, e cascò. Abbandonato da' compagni, andò in mano de' monatti, che, spogliatolo di quanto aveva indosso di buono, lo buttarono sur un carro; sul quale spirò, prima d'arrivare al lazzeretto, dov'era stato portato il suo padrone.

Lasciando ora questo nel soggiorno de' guai, dobbiamo andare in cerca d'un altro, la cui storia non sarebbe mai stata intralciata con la sua, se lui non l'avesse voluto per forza; anzi si può dir di certo che non avrebbero avuto storia né l'uno né l'altro: Renzo, voglio dire, che abbiam lasciato al nuovo filatoio, sotto il nome d'Antonio Rivolta.

C'era stato cinque o sei mesi, salvo il vero; dopo i quali, dichiarata l'inimicizia tra la repubblica e il re di Spagna, e cessato quindi ogni timore di ricerche e d'impegni dalla parte di qui, Bortolo s'era dato premura d'andarlo a prendere, e di tenerlo ancora con sé, e perché gli voleva bene, e perché Renzo, come giovine di talento, e abile nel mestiere, era, in una fabbrica, di grande aiuto al factotum, senza poter mai aspirare a divenirlo lui, per quella benedetta disgrazia di non saper tener la penna in mano. Siccome anche questa ragione c'era entrata per qualche cosa, così abbiam dovuto accennarla. Forse voi vorreste un Bortolo più ideale: non so che dire: fabbricatevelo. Quello era così.

Renzo era poi sempre rimasto a lavorare presso di lui. Più d'una volta, e specialmente dopo aver ricevuta qualcheduna di quelle benedette lettere da parte d'Agnese, gli era saltato il grillo di farsi soldato, e finirla: e l'occasioni non mancavano; ché, appunto in quell'intervallo di tempo, la repubblica aveva avuto bisogno di far gente. La tentazione era qualche volta stata per Renzo tanto più forte, che s'era anche parlato d'invadere il milanese; e naturalmente a lui pareva che sarebbe stata una bella cosa, tornare in figura di vincitore a casa sua, riveder Lucia, e spiegarsi una volta con lei. Ma Bortolo, con buona maniera, aveva sempre saputo smontarlo da quella risoluzione.

- Se ci hanno da andare, - gli diceva, - ci anderanno anche senza di te, e tu potrai andarci dopo, con tuo comodo; se tornano col capo rotto, non sarà meglio essere stato a casa tua? Disperati che vadano a far la strada, non ne mancherà. E, prima che ci possan mettere i piedi...! Per me, sono eretico: costoro abbaiano; ma sì; lo stato di Milano non è un boccone da ingoiarsi così facilmente. Si tratta della Spagna, figliuolo mio: sai che affare è la Spagna? San Marco è forte a casa sua; ma ci vuol altro. Abbi pazienza: non istai bene qui?... Vedo cosa vuoi dire; ma, se è destinato lassù che la cosa riesca, sta' sicuro che, a non far pazzie, riuscirà anche meglio. Qualche santo t'aiuterà. Credi pure che non è mestiere per te. Ti par che convenga lasciare d'incannar seta, per andare a ammazzare? Cosa vuoi fare con quella razza di gente? Ci vuol degli uomini fatti apposta.

Altre volte Renzo si risolveva d'andar di nascosto, travestito, e con un nome finto. Ma anche da questo, Bortolo seppe svolgerlo ogni volta, con ragioni troppo facili a indovinarsi.

Scoppiata poi la peste nel milanese, e appunto, come abbiam detto, sul confine del bergamasco, non tardò molto a passarlo; e... non vi sgomentate, ch'io non vi voglio raccontar la storia anche di questa: chi la volesse, la c'è, scritta per ordine pubblico da un certo Lorenzo Ghirardelli: libro raro però e sconosciuto, quantunque contenga forse più roba che tutte insieme le descrizioni più celebri di pestilenze: da tante cose dipende la celebrità de' libri! Quel ch'io volevo dire è che Renzo prese anche lui la peste, si curò da sé, cioè non fece nulla; ne fu in fin di morte, ma la sua buona complessione vinse la forza del male: in pochi giorni, si trovò fuor di pericolo. Col tornar della vita, risorsero più che mai rigogliose nell'animo suo le memorie, i desidèri, le speranze, i disegni della vita; val a dire che pensò più che mai a Lucia. Cosa ne sarebbe di lei, in quel tempo, che il vivere era come un'eccezione? E, a così poca distanza, non poterne saper nulla? E rimaner, Dio sa quanto, in una tale incertezza! E quand'anche questa si fosse poi dissipata, quando, cessato ogni pericolo, venisse a risaper che Lucia fosse in vita; c'era sempre quell'altro mistero, quell'imbroglio del voto. " Anderò io, anderò a sincerarmi di tutto in una volta, - disse tra sé, e lo disse prima d'essere ancora in caso di reggersi. - Purché sia viva! Trovarla, la troverò io; sentirò una volta da lei proprio, cosa sia questa promessa, le farò conoscere che non può stare, e la conduco via con me, lei e quella povera Agnese, se è viva! che m'ha sempre voluto bene, e son sicuro che me ne vuole ancora. La cattura? eh! adesso hanno altro da pensare, quelli che son vivi. Giran sicuri, anche qui, certa gente, che n'hann'addosso... Ci ha a esser salvocondotto solamente per i birboni? E a Milano, dicono tutti che l'è una confusione peggio. Se lascio scappare una occasion così bella, - (La peste! Vedete un poco come ci fa qualche volta adoprar le parole quel benedetto istinto di riferire e di subordinar tutto a noi medesimi!) - non ne ritorna più una simile! "

Giova sperare, caro il mio Renzo.

Appena poté strascicarsi, andò in cerca di Bortolo, il quale, fino allora, aveva potuto scansar la peste, e stava riguardato. Non gli entrò in casa, ma, datogli una voce dalla strada, lo fece affacciare alla finestra.

- Ah ah! - disse Bortolo: - l'hai scampata, tu. Buon per te!

- Sto ancora un po' male in gambe, come vedi, ma, in quanto al pericolo, ne son fuori.

- Eh! vorrei esser io ne' tuoi piedi. A dire: sto bene, le altre volte, pareva di dir tutto; ma ora conta poco. Chi può arrivare a dire: sto meglio; quella sì è una bella parola!

Renzo, fatto al cugino qualche buon augurio, gli comunicò la sua risoluzione.

- Va', questa volta, che il cielo ti benedica, - rispose quello: - cerca di schivar la giustizia, com'io cercherò di schivare il contagio; e, se Dio vuole che la ci vada bene a tutt'e due, ci rivedremo.

- Oh! torno sicuro: e se potessi non tornar solo! Basta; spero.

- Torna pure accompagnato; chè, se Dio vuole, ci sarà da lavorar per tutti, e ci faremo buona compagnia. Purché tu mi ritrovi, e che sia finito questo diavolo d'influsso!

- Ci rivedremo, ci rivedremo; ci dobbiam rivedere!

- Torno a dire: Dio voglia!

Per alquanti giorni, Renzo si tenne in esercizio, per esperimentar le sue forze, e accrescerle; e appena gli parve di poter far la strada, si dispose a partire. Si mise sotto panni una cintura, con dentro que' cinquanta scudi, che non aveva mai intaccati, e de' quali non aveva mai fatto parola, neppur con Bortolo; prese alcuni altri pochi quattrini, che aveva messi da parte giorno per giorno, risparmiando su tutto; prese sotto il braccio un fagottino di panni; si mise in tasca un benservito, che s'era fatto fare a buon conto, dal secondo padrone, sotto il nome d'Antonio Rivolta; in un taschino de' calzoni si mise un coltellaccio, ch'era il meno che un galantuomo potesse portare a que' tempi; e s'avviò, agli ultimi d'agosto, tre giorni dopo che don Rodrigo era stato portato al lazzeretto. Prese verso Lecco, volendo, per non andar così alla cieca a Milano, passar dal suo paese, dove sperava di trovare Agnese viva, e di cominciare a saper da lei qualcheduna delle tante cose che si struggeva di sapere.

I pochi guariti dalla peste erano, in mezzo al resto della popolazione, veramente come una classe privilegiata. Una gran parte dell'altra gente languiva o moriva; e quelli ch'erano stati fin allora illesi dal morbo, ne vivevano in continuo timore; andavan riservati, guardinghi, con passi misurati, con visi sospettosi, con fretta ed esitazione insieme: ché tutto poteva esser contro di loro arme di ferita mortale. Quegli altri all'opposto, sicuri a un di presso del fatto loro (giacché aver due volte la peste era caso piuttosto prodigioso che raro), giravano per mezzo al contagio franchi e risoluti; come i cavalieri d'un'epoca del medio evo, ferrati fin dove ferro ci poteva stare, e sopra palafreni accomodati anch'essi, per quanto era fattibile, in quella maniera, andavano a zonzo (donde quella loro gloriosa denominazione d'erranti), a zonzo e alla ventura, in mezzo a una povera marmaglia pedestre di cittadini e di villani, che, per ribattere e ammortire i colpi, non avevano indosso altro che cenci. Bello, savio ed utile mestiere! mestiere, proprio, da far la prima figura in un trattato d'economia politica.

Con una tale sicurezza, temperata però dall'inquietudini che il lettore sa, e contristata dallo spettacolo frequente, dal pensiero incessante della calamità comune, andava Renzo verso casa sua, sotto un bel cielo e per un bel paese, ma non incontrando, dopo lunghi tratti di tristissima solitudine, se non qualche ombra vagante piuttosto che persona viva, o cadaveri portati alla fossa, senza onor d'esequie, senza canto, senza accompagnamento. A mezzo circa della giornata, si fermò in un boschetto, a mangiare un po' di pane e di companatico che aveva portato con sé. Frutte, n'aveva a sua disposizione, lungo la strada, anche più del bisogno: fichi, pesche, susine, mele, quante n'avesse volute; bastava ch'entrasse ne' campi a coglierne, o a raccattarle sotto gli alberi, dove ce n'era come se fosse grandinato; giacché l'anno era straordinariamente abbondante, di frutte specialmente; e non c'era quasi chi se ne prendesse pensiero: anche l'uve nascondevano, per dir così, i pampani, ed eran lasciate in balìa del primo occupante.

Verso sera, scoprì il suo paese. A quella vista, quantunque ci dovesse esser preparato, si sentì dare come una stretta al cuore: fu assalito in un punto da una folla di rimembranze dolorose, e di dolorosi presentimenti: gli pareva d'aver negli orecchi que' sinistri tocchi a martello che l'avevan come accompagnato, inseguito, quand'era fuggito da que' luoghi; e insieme sentiva, per dir così, un silenzio di morte che ci regnava attualmente. Un turbamento ancor più forte provò allo sboccare sulla piazzetta davanti alla chiesa; e ancora peggio s'aspettava al termine del cammino: ché dove aveva disegnato d'andare a fermarsi, era a quella casa ch'era stato solito altre volte di chiamar la casa di Lucia. Ora non poteva essere, tutt'al più, che quella d'Agnese; e la sola grazia, che sperava dal cielo era di trovarcela in vita e in salute. E in quella casa si proponeva di chiedere alloggio, congetturando bene che la sua non dovesse esser più abitazione che da topi e da faine.

Non volendo farsi vedere, prese per una viottola di fuori, quella stessa per cui era venuto in buona compagnia, quella notte così fatta, per sorprendere il curato. A mezzo circa, c'era da una parte la vigna, e dall'altra la casetta di Renzo; sicché, passando, potrebbe entrare un momento nell'una e nell'altra, a vedere un poco come stesse il fatto suo.

Andando, guardava innanzi, ansioso insieme e timoroso di veder qualcheduno; e, dopo pochi passi, vide infatti un uomo in camicia, seduto in terra, con le spalle appoggiate a una siepe di gelsomini, in un'attitudine d'insensato: e, a questa, e poi anche alla fisonomia, gli parve di raffigurar quel povero mezzo scemo di Gervaso ch'era venuto per secondo testimonio alla sciagurata spedizione. Ma essendosegli avvicinato, dovette accertarsi ch'era in vece quel Tonio così sveglio che ce l'aveva condotto. La peste, togliendogli il vigore del corpo insieme e della mente, gli aveva svolto in faccia e in ogni suo atto un piccolo e velato germe di somiglianza che aveva con l'incantato fratello.

- Oh Tonio! - gli disse Renzo, fermandosegli davanti: - sei tu?

Tonio alzò gli occhi, senza mover la testa.

- Tonio! non mi riconosci?

- A chi la tocca, la tocca, - rispose Tonio, rimanendo poi con la bocca aperta.

- L'hai addosso eh? povero Tonio; ma non mi riconosci più?

- A chi la tocca, la tocca, - replicò quello, con un certo sorriso sciocco. Renzo, vedendo che non ne caverebbe altro, seguitò la sua strada, più contristato. Ed ecco spuntar da una cantonata, e venire avanti una cosa nera, che riconobbe subito per don Abbondio. Camminava adagio adagio, portando il bastone come chi n'è portato a vicenda; e di mano in mano che s'avvicinava, sempre più si poteva conoscere nel suo volto pallido e smunto, e in ogni atto, che anche lui doveva aver passata la sua burrasca. Guardava anche lui; gli pareva e non gli pareva: vedeva qualcosa di forestiero nel vestiario; ma era appunto forestiero di quel di Bergamo.

" È lui senz'altro! " disse tra sé, e alzò le mani al cielo, con un movimento di maraviglia scontenta, restandogli sospeso in aria il bastone che teneva nella destra; e si vedevano quelle povere braccia ballar nelle maniche, dove altre volte stavano appena per l'appunto. Renzo gli andò incontro, allungando il passo, e gli fece una riverenza; ché, sebbene si fossero lasciati come sapete, era però sempre il suo curato.

- Siete qui, voi? - esclamò don Abbondio.

- Son qui, come lei vede. Si sa niente di Lucia?

- Che volete che se ne sappia? Non se ne sa niente. È a Milano, se pure è ancora in questo mondo. Ma voi...

- E Agnese, è viva?

- Può essere; ma chi volete che lo sappia? non è qui. Ma...

- Dov'è?

- È andata a starsene nella Valsassina, da que' suoi parenti, a Pasturo, sapete bene; ché là dicono che la peste non faccia il diavolo come qui. Ma voi, dico...

- Questa la mi dispiace. E il padre Cristoforo...?

- È andato via che è un pezzo. Ma...

- Lo sapevo; me l'hanno fatto scrivere: domandavo se per caso fosse tornato da queste parti.

- Oh giusto! non se n'è più sentito parlare. Ma voi...

- La mi dispiace anche questa.

- Ma voi, dico, cosa venite a far da queste parti, per l'amor del cielo? Non sapete che bagattella di cattura...?

- Cosa m'importa? Hanno altro da pensare. Ho voluto venire anch'io una volta a vedere i fatti miei. E non si sa proprio...?

- Cosa volete vedere? che or ora non c'è più nessuno, non c'è più niente. E dico, con quella bagattella di cattura, venir qui, proprio in paese, in bocca al lupo, c'è giudizio? Fate a modo d'un vecchio che è obbligato ad averne più di voi, e che vi parla per l'amore che vi porta; legatevi le scarpe bene, e, prima che nessuno vi veda, tornate di dove siete venuto; e se siete stato visto, tanto più tornatevene di corsa. Vi pare che sia aria per voi, questa? Non sapete che sono venuti a cercarvi, che hanno frugato, frugato, buttato sottosopra...

- Lo so pur troppo, birboni!

- Ma dunque...!

- Ma se le dico che non ci penso. E colui, è vivo ancora? è qui?

- Vi dico che non c'è nessuno; vi dico che non pensiate alle cose di qui; vi dico che...

- Domando se è qui, colui.

- Oh santo cielo! Parlate meglio. Possibile che abbiate ancora addosso tutto quel fuoco, dopo tante cose!

- C'è, o non c'è?

- Non c'è, via. Ma, e la peste, figliuolo, la peste! Chi è che vada in giro, in questi tempi?

- Se non ci fosse altro che la peste in questo mondo... dico per me: l'ho avuta, e son franco.

- Ma dunque! ma dunque! non sono avvisi questi? Quando se n'è scampata una di questa sorte, mi pare che si dovrebbe ringraziare il cielo, e...

- Lo ringrazio bene.

- E non andarne a cercar dell'altre, dico. Fate a modo mio...

- L'ha avuta anche lei, signor curato, se non m'inganno.

- Se l'ho avuta! Perfida e infame è stata: son qui per miracolo: basta dire che m'ha conciato in questa maniera che vedete. Ora avevo proprio bisogno d'un po' di quiete, per rimettermi in tono: via, cominciavo a stare un po' meglio... In nome del cielo, cosa venite a far qui? Tornate...

- Sempre l'ha con questo tornare, lei. Per tornare, tanto n'avevo a non movermi. Dice: cosa venite? cosa venite? Oh bella! vengo, anch'io, a casa mia.

- Casa vostra...

- Mi dica; ne son morti molti qui?...

- Eh eh! - esclamò don Abbondio; e, cominciando da Perpetua, nominò una filastrocca di persone e di famiglie intere. Renzo s'aspettava pur troppo qualcosa di simile; ma al sentir tanti nomi di persone che conosceva, d'amici, di parenti, stava addolorato, col capo basso, esclamando ogni momento: - poverino! poverina! poverini!

- Vedete! - continuò don Abbondio: - e non è finita. Se quelli che restano non metton giudizio questa volta, e scacciar tutti i grilli dalla testa, non c'è più altro che la fine del mondo.

- Non dubiti; che già non fo conto di fermarmi qui.

- Ah! sia ringraziato il cielo, che la v'è entrata! E, già s'intende, fate ben conto di ritornar sul bergamasco.

- Di questo non si prenda pensiero.

- Che! non vorreste già farmi qualche sproposito peggio di questo?

- Lei non ci pensi, dico; tocca a me: non son più bambino: ho l'uso della ragione. Spero che, a buon conto, non dirà a nessuno d'avermi visto. È sacerdote; sono una sua pecora: non mi vorrà tradire.

- Ho inteso, - disse don Abbondio, sospirando stizzosamente: - ho inteso. Volete rovinarvi voi, e rovinarmi me. Non vi basta di quelle che avete passate voi; non vi basta di quelle che ho passate io. Ho inteso, ho inteso -. E, continuando a borbottar tra i denti quest'ultime parole, riprese per la sua strada.

Renzo rimase lì tristo e scontento, a pensar dove anderebbe a fermarsi. In quella enumerazion di morti fattagli da don Abbondio, c'era una famiglia di contadini portata via tutta dal contagio, salvo un giovinotto, dell'età di Renzo a un di presso, e suo compagno fin da piccino; la casa era pochi passi fuori del paese. Pensò d'andar lì.

E andando, passò davanti alla sua vigna; e già dal di fuori poté subito argomentare in che stato la fosse. Una vetticciola, una fronda d'albero di quelli che ci aveva lasciati, non si vedeva passare il muro; se qualcosa si vedeva, era tutta roba venuta in sua assenza. S'affacciò all'apertura (del cancello non c'eran più neppure i gangheri); diede un'occhiata in giro: povera vigna! Per due inverni di seguito, la gente del paese era andata a far legna - nel luogo di quel poverino -, come dicevano. Viti, gelsi, frutti d'ogni sorte, tutto era stato strappato alla peggio, o tagliato al piede. Si vedevano però ancora i vestigi dell'antica coltura: giovani tralci, in righe spezzate, ma che pure segnavano la traccia de' filari desolati; qua e là, rimessiticci o getti di gelsi, di fichi, di peschi, di ciliegi, di susini; ma anche questo si vedeva sparso, soffogato, in mezzo a una nuova, varia e fitta generazione, nata e cresciuta senza l'aiuto della man dell'uomo. Era una marmaglia d'ortiche, di felci, di logli, di gramigne, di farinelli, d'avene salvatiche, d'amaranti verdi, di radicchielle, d'acetoselle, di panicastrelle e d'altrettali piante; di quelle, voglio dire, di cui il contadino d'ogni paese ha fatto una gran classe a modo suo, denominandole erbacce, o qualcosa di simile. Era un guazzabuglio di steli, che facevano a soverchiarsi l'uno con l'altro nell'aria, o a passarsi avanti, strisciando sul terreno, a rubarsi in somma il posto per ogni verso; una confusione di foglie, di fiori, di frutti, di cento colori, di cento forme, di cento grandezze: spighette, pannocchiette, ciocche, mazzetti, capolini bianchi, rossi, gialli, azzurri. Tra questa marmaglia di piante ce n'era alcune di più rilevate e vistose, non però migliori, almeno la più parte: l'uva turca, più alta di tutte, co' suoi rami allargati, rosseggianti, co' suoi pomposi foglioni verdecupi, alcuni già orlati di porpora, co' suoi grappoli ripiegati, guarniti di bacche paonazze al basso, più su di porporine, poi di verdi, e in cima di fiorellini biancastri; il tasso barbasso, con le sue gran foglie lanose a terra, e lo stelo diritto all'aria, e le lunghe spighe sparse e come stellate di vivi fiori gialli: cardi, ispidi ne' rami, nelle foglie, ne' calici, donde uscivano ciuffetti di fiori bianchi o porporini, ovvero si staccavano, portati via dal vento, pennacchioli argentei e leggieri. Qui una quantità di vilucchioni arrampicati e avvoltati a' nuovi rampolli d'un gelso, gli avevan tutti ricoperti delle lor foglie ciondoloni, e spenzolavano dalla cima di quelli le lor campanelle candide e molli: là una zucca salvatica, co' suoi chicchi vermigli, s'era avviticchiata ai nuovi tralci d'una vite; la quale, cercato invano un più saldo sostegno, aveva attaccati a vicenda i suoi viticci a quella; e, mescolando i loro deboli steli e le loro foglie poco diverse, si tiravan giù, pure a vicenda, come accade spesso ai deboli che si prendon l'uno con l'altro per appoggio. Il rovo era per tutto; andava da una pianta all'altra, saliva, scendeva, ripiegava i rami o gli stendeva, secondo gli riuscisse; e, attraversato davanti al limitare stesso, pareva che fosse lì per contrastare il passo, anche al padrone.

Ma questo non si curava d'entrare in una tal vigna; e forse non istette tanto a guardarla, quanto noi a farne questo po' di schizzo. Tirò di lungo: poco lontano c'era la sua casa; attraversò l'orto, camminando fino a mezza gamba tra l'erbacce di cui era popolato, coperto, come la vigna. Mise piede sulla soglia d'una delle due stanze che c'era a terreno: al rumore de' suoi passi, al suo affacciarsi, uno scompiglìo, uno scappare incrocicchiato di topacci, un cacciarsi dentro il sudiciume che copriva tutto il pavimento: era ancora il letto de' lanzichenecchi. Diede un'occhiata alle pareti: scrostate, imbrattate, affumicate. Alzò gli occhi al palco: un parato di ragnateli. Non c'era altro. Se n'andò anche di là, mettendosi le mani ne' capelli; tornò indietro, rifacendo il sentiero che aveva aperto lui, un momento prima; dopo pochi passi, prese un'altra straducola a mancina, che metteva ne' campi; e senza veder né sentire anima vivente, arrivò vicino alla casetta dove aveva pensato di fermarsi. Già principiava a farsi buio. L'amico era sull'uscio, a sedere sur un panchetto di legno, con le braccia incrociate, con gli occhi fissi al cielo, come un uomo sbalordito dalle disgrazie, e insalvatichito dalla solitudine. Sentendo un calpestìo, si voltò a guardar chi fosse, e, a quel che gli parve di vedere così al barlume, tra i rami e le fronde, disse, ad alta voce, rizzandosi e alzando le mani: - non ci son che io? non ne ho fatto abbastanza ieri? Lasciatemi un po' stare, che sarà anche questa un'opera di misericordia.

Renzo, non sapendo cosa volesse dir questo, gli rispose chiamandolo per nome.

- Renzo...! - disse quello, esclamando insieme e interrogando.

- Proprio, - disse Renzo; e si corsero incontro.

- Sei proprio tu! - disse l'amico, quando furon vicini: - oh che gusto ho di vederti! Chi l'avrebbe pensato? T'avevo preso per Paolin de' morti, che vien sempre a tormentarmi, perché vada a sotterrare. Sai che son rimasto solo? solo! solo, come un romito!

- Lo so pur troppo, - disse Renzo. E così, barattando e mescolando in fretta saluti, domande e risposte, entrarono insieme nella casuccia. E lì, senza sospendere i discorsi, l'amico si mise in faccende per fare un po' d'onore a Renzo, come si poteva così all'improvviso e in quel tempo. Mise l'acqua al fuoco, e cominciò a far la polenta; ma cedé poi il matterello a Renzo, perché la dimenasse; e se n'andò dicendo: - son rimasto solo; ma! son rimasto solo!

Tornò con un piccol secchio di latte, con un po' di carne secca, con un paio di raveggioli, con fichi e pesche; e posato il tutto, scodellata la polenta sulla tafferìa, si misero insieme a tavola, ringraziandosi scambievolmente, l'uno della visita, l'altro del ricevimento. E, dopo un'assenza di forse due anni, si trovarono a un tratto molto più amici di quello che avesser mai saputo d'essere nel tempo che si vedevano quasi ogni giorno; perché all'uno e all'altro, dice qui il manoscritto, eran toccate di quelle cose che fanno conoscere che balsamo sia all'animo la benevolenza; tanto quella che si sente, quanto quella che si trova negli altri.

Certo, nessuno poteva tenere presso di Renzo il luogo d'Agnese, né consolarlo della di lei assenza, non solo per quell'antica e speciale affezione, ma anche perché, tra le cose che a lui premeva di decifrare, ce n'era una di cui essa sola aveva la chiave. Stette un momento tra due, se dovesse continuare il suo viaggio, o andar prima in cerca d'Agnese, giacché n'era così poco lontano; ma, considerato che della salute di Lucia, Agnese non ne saprebbe nulla, restò nel primo proposito d'andare addirittura a levarsi questo dubbio, a aver la sua sentenza, e di portar poi lui le nuove alla madre. Però, anche dall'amico seppe molte cose che ignorava, e di molte venne in chiaro che non sapeva bene, sui casi di Lucia, e sulle persecuzioni che gli avevan fatte a lui, e come don Rodrigo se n'era andato con la coda tra le gambe, e non s'era più veduto da quelle parti; insomma su tutto quell'intreccio di cose. Seppe anche (e non era per Renzo cognizione di poca importanza) come fosse proprio il casato di don Ferrante: ché Agnese gliel aveva bensì fatto scrivere dal suo segretario; ma sa il cielo com'era stato scritto; e l'interprete bergamasco, nel leggergli la lettera, n'aveva fatta una parola tale, che, se Renzo fosse andato con essa a cercar ricapito di quella casa in Milano, probabilmente non avrebbe trovato persona che indovinasse di chi voleva parlare. Eppure quello era l'unico filo che avesse, per andar in cerca di Lucia. In quanto alla giustizia, poté confermarsi sempre più ch'era un pericolo abbastanza lontano, per non darsene gran pensiero: il signor podestà era morto di peste: chi sa quando se ne manderebbe un altro; anche la sbirraglia se n'era andata la più parte; quelli che rimanevano, avevan tutt'altro da pensare che alle cose vecchie.

Raccontò anche lui all'amico le sue vicende, e n'ebbe in contraccambio cento storie, del passaggio dell'esercito, della peste, d'untori, di prodigi. - Son cose brutte, - disse l'amico, accompagnando Renzo in una camera che il contagio aveva resa disabitata; - cose che non si sarebbe mai creduto di vedere; cose da levarvi l'allegria per tutta la vita; ma però, a parlarne tra amici, è un sollievo.

Allo spuntar del giorno, eran tutt'e due in cucina; Renzo in arnese da viaggio, con la sua cintura nascosta sotto il farsetto, e il coltellaccio nel taschino de' calzoni: il fagottino, per andar più lesto, lo lasciò in deposito presso all'ospite. - Se la mi va bene, - gli disse, - se la trovo in vita, se... basta... ripasso di qui; corro a Pasturo, a dar la buona nuova a quella povera Agnese, e poi, e poi... Ma se, per disgrazia, per disgrazia che Dio non voglia... allora, non so quel che farò, non so dov'anderò: certo, da queste parti non mi vedete più -. E così parlando, ritto sulla soglia dell'uscio, con la testa per aria, guardava con un misto di tenerezza e d'accoramento, l'aurora del suo paese che non aveva più veduta da tanto tempo. L'amico gli disse, come s'usa, di sperar bene; volle che prendesse con sé qualcosa da mangiare; l'accompagnò per un pezzetto di strada, e lo lasciò con nuovi augùri.

Renzo, s'incamminò con la sua pace, bastandogli d'arrivar vicino a Milano in quel giorno, per entrarci il seguente, di buon'ora, e cominciar subito la sua ricerca. Il viaggio fu senza accidenti e senza nulla che potesse distrar Renzo da' suoi pensieri, fuorché le solite miserie e malinconie. Come aveva fatto il giorno avanti, si fermò a suo tempo, in un boschetto a mangiare un boccone, e a riposarsi. Passando per Monza, davanti a una bottega aperta, dove c'era de' pani in mostra, ne chiese due, per non rimanere sprovvisto, in ogni caso. Il fornaio, gl'intimò di non entrare, e gli porse sur una piccola pala una scodelletta, con dentro acqua e aceto, dicendogli che buttasse lì i danari; e fatto questo, con certe molle, gli porse, l'uno dopo l'altro, i due pani, che Renzo si mise uno per tasca.

Verso sera, arriva a Greco, senza però saperne il nome; ma, tra un po' di memoria de' luoghi, che gli era rimasta dell'altro viaggio, e il calcolo del cammino fatto da Monza in poi, congetturando che doveva esser poco lontano dalla città, uscì dalla strada maestra, per andar ne' campi in cerca di qualche cascinotto, e lì passar la notte; ché con osterie non si voleva impicciare. Trovò meglio di quel che cercava: vide un'apertura in una siepe che cingeva il cortile d'una cascina; entrò a buon conto. Non c'era nessuno: vide da un canto un gran portico, con sotto del fieno ammontato, e a quello appoggiata una scala a mano; diede un'occhiata in giro, e poi salì alla ventura; s'accomodò per dormire, e infatti s'addormentò subito, per non destarsi che all'alba. Allora, andò carpon carponi verso l'orlo di quel gran letto; mise la testa fuori, e non vedendo nessuno, scese di dov'era salito, uscì di dov'era entrato, s'incamminò per viottole, prendendo per sua stella polare il duomo; e dopo un brevissimo cammino, venne a sbucar sotto le mura di Milano, tra porta Orientale e porta Nuova, e molto vicino a questa.

 

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I Personaggi

 

Renzo Tramaglino

Parliamo del principale protagonista maschile della storia narrata da Alessandro Manzoni. Lorenzo Tramaglino è il nome per intero di questa importante figura. Si tratta di un  giovane di trent’anni dalle umili origini: figlio di filatori di seta, era rimasto orfano in giovane età e aveva ereditato la piccola attività che aveva poi continuato a svolgere autonomamente. Lo troviamo che vive in una situazione economica tranquilla: infatti, nonstante la carestia, che all’inizio della vicenda aveva già iniziato da tempo a far sentire i suoi effetti, si trova in una condizione abbastanza agiata. Il settore della filatuta della seta era in forte crisi, molti operai specializzati sceglievano spesso di trasferirsi negli stati vicini dove le paghe erano migliori, ma la sua permanenza nel paese natale garantisce a lui che continua l’attività una più che buona rendita. Inoltre c’è da aggiungere come adiacente alla propria abitazione il giovane ha a disposizione un appezzamento di terreno da cui riesce a ricavare raccolti discreti che gli permettevano di arrotondare efficacemente il prodotto del filatoio.Renzo è innamorato di una giovane contadina, Lucia Mondella.Quando la narrazione comincia i due si sono già conosciuti a hanno ben organizzato tutto per il giorno delle nozze che sappiamo poi non esser andato a buon fine. Ma quello che interessa maggiormente è capire come Alessandro Manzoni sia riuscito a caratterizzare questo personaggio che, ricordiamolo, è un umile popolano di cui poco si poteva narrare in forma romanzata e quindi interessante.Inevitabilmente la questione principale, per l’autore, era quella di costruirne il carattere, quello di mostrare i suoi tratti psicologici preminenti.E l’obiettivo viene certamente raggiunto grazie alla costruzione di diversi passi centrali della storia in cui lo stesso Renzo ha modo di esplicare molto efficacemente gli elementi costitutivi del proprio carattere. Nei primissimi capitoli un momento molto significativo, ad esempio, è quello in cui il nostro protagonista, recatosi da Don Abbondio per concludere i preparativi del matrimonio e confermare l’ora e il luogo della celebrazione religiosa arriva, invece, a discutere con il curato con animo e vivacità. Cosa ne emerge?Renzo ha un carattere vivace e pronto a scattare in ribellioni imrpovvise che però riescono a sopirsi con altrettanta rapidità: quando, infatti, il giovane ne discute anche con l’amata Lucia e la madre Agnese tralascia l’esuberanza per ragionare e partecipare alla ricerca di una soluzione alternativa.Quindi possiamo parlare non di prepotenza, bensì quasi di un’energia giovanile  e ancora un po’ ingenua.D’altronde non dimentichiamo che Renzo non si è mai allontanato prima dal paese dove è nato e cresciuto. Qui ha continuato a vivere e lavorare in piena autonomia, quindi imparando a prendersi cura delle faccende domestiche, ma non ha mai avuto vere occasioni di allargare le proprie vedute e fare altre importanti esperienze di vita.Così, quando la vicenda prosegue e giunge la fase del suo trasferimento a Milano, emerge anche la sua inesperienza e la sua eccessiva onestà: se tra le montagne e le questioni inerenti la vita del paese Renzo può essere considerato uomo intelligente e persino furbo, in questo nuovo contesto la sua inesperienza di vita lo porterà a compiere diversi gravi errori. Pensiamo alla prima scena dei tumulti di piazza descritta da Manzoni: il giovane è attratto da frastuono, è incuriosito dal motivo di tutto quel protestare e quando ode le intenzioni violente che la popolazioni esprime nei confronti del vicario della città ne rimane colpito.Renzo è timoroso e rispettoso verso Dio, è un uomo che appoggia apertamente la giustizia e i governanti perché è un fautore dell’ordine. Ha un gran cuore ed è caritatevole, come dimostra quando, in viaggio da Milano verso Bergamo durante la fuga, dona i suoi ultimi soldi alla povera famiglia di contadini o quando sempre a Milano, ma durante l’epidamia di peste, si priva dei suoi ultimi pani per sfamare una donna e alcuni bambini rinchiusi in un’abitazione.Ma proseguiamo con le vicende della rivolta del pane.Quando, raggiunta la folla che vuole attaccare la casa del vicario, improvvisa il suo piccolo soliloquio attirando l’attenzione di molti presenti non fa delle provocazioni, ma parla di giustizia sociale mostrando tutta la sua onestà morale e intelletuale. Peccato, però, che proprio in questa occasione a causa della sua ingenuità si mette in mostra anche nei confronti della “guida sconosciuta”, un esponente delle forze dell’ordine, che interpreterà il suo vivace intervento come espressione di un’errata volontà sovversiva. Ma non bisogna pensare, però, che da qui in poi il personaggio avrà una caratterizzazione negativa.Il giorno seguente, quando lo ritroviamo in strada braccato dalla milizia e dal notaio criminale, infatti, Renzo ci da altra prova della sua furbizia: cosa fa quando, durante quel tragitto sotto scorta, si imbatte nelle stesse persone che il giorno prima lo hanno ascoltato davanti alla casa del vicario?Aguzza l’ingegno e ne ottiene l’intervento a suo favore proprio andando a stuzzicare quella che è la ferita aperta, e cioè la lotta per il pane e i soprusi ai danni della povera gente.Un altro momento della storia che è assolutamente degno di nota è quello in cui il giovane, certamente ammansito da padre Cristoforo, arriva però a riconoscere il proprio perdono al suo grande nemico, l’acerrimo Don Rodrigo, l’uomo che aveva più volte minacciato di voler uccidere senza pietà. Il tema, anche qui, è quello dell’incondizionato rispetto divino: è dalla sua educazione religiosa e dalla bontà d’animo che imparava a trovare il coraggio di superare l’odio per un ultimo  gesto di pietà.

 

Lucia Mondella

Si tratta della principale figura femminile del romanzo importante, però, soprattutto per il legame che la vede collegata a Renzo e per le vicende che la interessano da cui emerge, comunque, una sua particolare complessità.Alessandro Manzoni la presenta come una giovane contadina dalle umili origini educata secondo la severa tradizione religiosa dell’epoca da cui deriva la grande devozione e l’immenso rispetto per tutto quello che riguarda la fede e la dottrina cristiana.L’autore ne descrive appena la  normale bellezza, il fascino privo di particolari caratteri dominanti e piuttosto semplice nel complesso. D’altronde parliamo di una giovane filatrice che non si è mai allontanata dal paese dove è nata è che non presenterà mai particolari velleità e ambizioni se non quella di sposarsi con Renzo.Forse, l’elemento che più di tutti diventa tipico della figura di Lucia nella narrazione de “I Promessi Sposi” è quello legato al suo essere quasi l’incarnazione della purezza e della semplicità umana.Ad esempio, quando Renzo dopo essersi incontrato con Don Abbondio e aver scoperto che nel’improvviso ritardo del matrimonio c’è di mezzo Don Rodrigo, vengono palesate tutte le intenzioni vendicative del giovane proprio nei confronti di quest’ultimo. Ma basterà al giovane pensare all’amata Lucia per ritrovare una positiva e pacifica tranquillità. Quindi parliamo di Lucia come di una persona ispiratrice di sentimenti onesti e caratterizzata non da una feminilità prorompente e provocante bensì, al contrario, da un esser donna in maniera semplice, sana, pulita e allo stesso tempo efficace al punto di attirare su di se anche le attenzioni del temibile Rodrigo.Parliamo, inoltre, di una giovane che ha perso il padre in tenera età e che ha nella madre l’unico spirito guida.Ma un monento importante della vicenda in cui Lucia ricopre un ruolo determinante è quello della “notte degli imbrogli” in cui i due promessi sposi, recatisi clandestinamente nell’abitazione del curato grazie anche all’appoggio di Tonio e Gervaso, devono tentare di risolvere le loro nozze.Ebbene, se da un lato troviamo in Renzo una fredda determinazione nella giovane possiamo, invece, rilevare una forte preoccupazione e contrarietà per quella soluzione avventata e di certo disonesta. Cosa farà Lucia quando Abbondio accortosi dell’iinganno la copre con con un tappeto per evitare che pronunci la formula? Praticamente non reagisce, non proferisce parola e il tentativo escogitato da Renzo e Agnese fallisce.Però è proprio nel proseguo immediato della storia che la troviamo nuovamente protagonista e artefice di quello che sarà il passo successivo, ossia il coinvolgimento di padre Cristoforo.  Anche se probabilmente non appare, Lucia rappresenta un personaggio abbastanza complesso.La sua innocenza, infatti, non è sinonimo di ingenuità e la sua volontà di sposare Renzo è assolutamente manifesta, salvo però voler raggiungere il matrimonio senza sotterfugi.Diventa facile comprendere la controvoglia con cui la giovane aveva seguito Renzo in casa del curato, ma più difficile riuscire ad interpretarne realmente l’animo. La giovane rifugge qualsiasi espressione di violenza prodotta dal giovane anche quando lo stesso si riferisce a Don Rodrigo, ma è pronta a escogitare una soluzione prendendo in considerazione proprio l’aiuto dell’amico francescano Cristoforo. Si fida di lui perché crede in Dio e nella giustezza delle persone di Chiesa.Naturalmente anche nel caso del suo rapimento escogitato dall’Inominato e Egidio, ma con la complicità della Monaca di Monza, si tratta di una fiducia che non possiamo definire ingenua.Ricordiamo, infatti, come sia Gertrude a trovarsi in una posizione tale da indurre la giovane comunque a riporre in lei la sua fiducia.  Più avanti ancora nella storia, e per la precisione nel momento in cui L’Innominato va  a farle visita nella casa della vecchia dove è stata condotta, Lucia da segno della sua forza d’animo e della sua risolutezza: pur spevenata dalla presenza dell’uomo lo affronta con coraggio mostrandosi pronta addirittura alla morte.

 

Don Abbondio

Si tratta di un personaggio maschile dalla rilevanza primaria soprattutto per quanto riguarda gli avvenimenti che si susseguono nella parte iniziale della storia narrata  da Alessandro Manzoni.Ma bisogna sottolineare come la sua figura compare anche in altri successivi e fondamentali passaggi della narrazione.E’ interessante sapere che l’autore ha ripreso per il curato di Pescarenico il nome di Sant’Abbondio, patrone di Como molto conosciuto e amato soprattutto nelle zone in cui si svolge tutta la storia.Per quanto riguarda, poi, la caratterizzazione del personaggio è utile specificare come da un punto di vista psicologico e caratteriale pochi sono i dubbi su quella che è la bassa caratura etica e morale dell’uomo.Di fatto, è molto facile farsi di Don Abbondio un’opinione abbastanza negativa anche se il suo è forse il personaggio più popolare dopo quelli degli stessi Renzo e Lucia; e questo perché Alessandro Manzoni ne ha dato un’immagine assolutamente umana e molto vicina alla realtà al punto da farlo inevitabilmente entrare nel cuore dei lettori.Nel primo capitolo, che apre tutto il romanzo, l’autore ci descrive l’uomo in atteggiamenti che sono talmente tipici del suo modo di essere da renderci con molta efficacia l’idea di come il personaggio sia effettivamente: nella passeggiata di ritorno verso casa il curato cammina indolente, tranquillo e rilassato mentre legge i versi del libro che tiene in mano. Ne emerge l’ozio, elemento di cui lui gode beatamente perché rappresenta uno dei suoi ideali di vita.Ma già poco oltre nella narrazione, e ci riferiamo alla vista e all’incontro con i due bravi, spuntano immediatamente le altre forme tipiche del suo carattere: Abbondio è infastidito dalla vista degli uomini che interrompono la sua lettura, quindi la paura e il timore non emergono subito, ma solo pochi minuti dopo. Infatti sappiamo tutti quale sarà la sua reazione alle parole dei bravi.Ma è bello notare come, avvicinandosi al punto in cui i due lo attendevano, andava chiedendosi se avesse mai nuociuto a qualcuno, o se magari ad essere atteso non fosse lui, ma qualcun altro che giungeva alle sue spalle. Quindi abbiamo letto che, fermatosi all’intimazione di uno dei due e ascoltato quanto lo stesso avesse da comunicargli, non fugge via in preda al terrore e sembra quasi esprimere uninaspettata forza d’animo che, però, nasconde solo una più sincera vigliaccheria.Sapendo cosa gli è stato comunicato e, soprattutto,da chi gli sia stata rivolta la minaccia, è molto utile andare ad analizzare  anche il “sonno agitato” che gli nega il riposo durante la notte e i sentimenti dominanti che sono la paura profonda e viscerale per la minaccia ricevuta alla sua incolumità e il fastidio per aver visto rompersi la tanto amata e desiderata tranquillità, che è l’unico scopo della sua vita.Ma andiamo più avanti e arriviamo alla notte degli imbrogli.Come riescono, Tonio e Gervaso, a farsi accogliere dal curato in casa propria nonstante l’ora tarda e il rilassato impegno nella lettura a cui Abbondio si era pacatamente dedicato? Ma con la scusa della restituzione del denaro, altra vile preoccupazione che il religioso portava sempre con se data anche la situazione di scarsità e miseria che regnava a quei tempi tra la popolazione.Ma un altro aspetto che deve essere assolutamente rilevato è anche l’atteggiamento con cui, dopo l’inganno e il vano tentativo di Renzo e Lucia che gli si erano intrufolati in casa, Abbondio reagisce  non tanto per ottenere una punizione a danno dei colpevoli, quanto per mettere tutto a tecere ed evitare che Don Rodrigo possa venir a sapere dell’accaduto. Anche qui sono il timore e la vigliaccheria che emergono e dominano letteralmente ogni azione e decisione del curato.Ma arriviamo a parlare del momento clou della narrazione in cui tutta la sapiente costruzione del personaggio fatta da Alessandro Manzoni emerge con maggior forza: ci riferiamo all’incontro tra Don Abbondio e il cardinale Federigo Borromeo e al totale annichilimento del primo sovrastato dalla grendezza morale e dalla giustezza del secondo. Dalla scena e dalla discussione tanto bene decritta emerge, in sostanza, che se Borromeo è un uomo nato e cresciuto per rendersi servitore, il nostro Abbondio è, al contrario, un uomo che si è rifugiato in una “classe riverita” per farsi servire.Il curato non è disposto a sacrificarsi per il prossimo come, invece, la dottrina cristiana gli chiede di fare ma, al contrario, si preoccupa che la sua posizione di esponente del clero possa assicurargli protezione e favori. . E tutto questo per le ragioni che abbiamo già esposto e per la sua grande paura: pensate alla faccia dell’uomo quando gli viene chiesto di lasciarsi accompagnare dal celeberrimo Innominato fin su al suo castello per incontrare Lucia. Avrebbe preferito morire.Dopo una lunga pausa dovuta agli accadimenti legati alla pestilenza, alla guerra e alle vicende più importanti di Renzo e Lucia, lo ritroviamo finalmente tornato a Pescarenico quando tutto è terminato e la paura della morte si è finalmente allontanata. Il lieto fine dell’intera vicenda lo vedrà ptroganista, dal momento che sarà lui in persona a celebrare il matrimonio tra i due promessi sposi, ma solo dopo che il susseguirsi delle vicende gli infondono l’assoluta certezza di essere scampato da ogni rischio: ci riferiamo alla notizia garantita della morte di Don Rodrigo comunicatagli dal marchese suo ereditiero.

 

Don Rodrigo

Un personaggio molto interessante che merita attenzione per il ruolo che ricopre all’interno della vicenda e per il suo particolare valore carico di una connotazione negativa. Un aspetto che deve essere necessariamente tenuto in considerazione è che l’autore non ha affatto offerto una descrizione fisica di questo personaggio di cui possiamo desumere,quindi, solo le preincipali peculiartià caratteriali e comportamentali. Don Rodrigo incarna molto bene alcuni valori diffusi nel Seicento e la migliore descrizione offertarci del personaggio è quella contenuta nel quinto capitolo in cui padre Cristoforo si reca a palazzo per conferire proprio con lui. Colpisce molto la presentazione fatta del borgo in cui l’abitazione del signorotto si trova. Naturalmente si tratta di una descrizione filtrata dai pensieri del francescano che sta percorrendo le vie di quel piccolo centro abitato che lo condurranno proprio al palazzo. E la decrizione di quegli uomini dall’aria sospettosa e aggressiva e di quelle donne dall’aspetto quasi virile è, di fatto, uno specchio di come lo stesso personaggio di Rodrigo è stato costruito.Lui è un signorotto non esageratamente ricco, ma comunque benestante e abbastanza altolocato da potersi permettere una condotta di vita all’insegna della sbruffonaggine e della malvivenza: ne è una testimonianza il fatto che opera in tutto il cinrcondario compiendo atti di violenza verso la popolazione grazie ad un certo potere d’azione di cui è consapevole e ovviamente compiaciuto. Ma scendiamo più nel particolare e cerchiamo di comprendere meglio le linee del suo carattere.Rodrigo è una figura vocata, si, al male, ma non in maniera stupida e senza attenzione alla voce della coscienza. Non è dotato di una intelligenza sopraffina, ma cela comunque una prontazza di pensiero degna di nota.Naturalmente dobbiamo far riferimento al suo incontro con Cristoforo giunto a palazzo per discutere della grave questione di Lucia Mondella. Rodrigo, ricordiamolo, si trovava a tavola dove diversi invitati discutevano animatamente di diverse questioni, tra cui la violenta guerra tra Francia e Spagna. Il padrone era certamente interessato alla conversazione, però alla vista del francescano prova inquietudine, disagio, fastidio. Rodrigo è abituato al comando e alla malizia, per cui saprà nascondere molto bene questi sentimenti nel momento in cui si apparta in un’altra stanza assieme al religioso ostentando la massima cordialità.  Ovviamente sappiamo anche come l’incontro si svolge  e quale ne sarà l’esito: nell’occasione il padrone di casa non frena assolutamente la sua lingua soprattutto nel momento in cui sa di dover rispondere all’affronto fattogli da Cristoforo. Rodrigo lo mortifica e lo apostrofa affermando che “ non è venuto al mondo con il cappuccio in capo, che il mondo lo ha conosciuto e che ha fatta la sua carovana” con un chiaro riferimento al passato non proprio tranquillo dello stesso religioso.Insomma, il bel carattere forte e agressivo di Rodrigo emerge chiaramente durante questa importante scena. Ma andiamo avanti. Un elemento che deve essere altrettanto tenuto in considerazione è il rispetto che l’uomo, comunque, ha nei confronti della religione: Rodrigo non nega l’esistenza di Dio, anzi ci crede, ma ne sente la presenza in maniera oppressiva e fastidiosa perché viene sempre a mettersi in mezzo quando un uomo decide di fare qualcosa per il proprio piacere. E questo, naturalmente, accade nel caso di Lucia, che l’uomo ha deciso di avere per se, in cui l’entità celeste si manifesta nelle figura di padre Cristoforo. Comunque, dall’incontro di cui stiamo parlando il signorotto ne esce molto infastidito a causa soprattutto del fatto che un piccolo frate abbia avuto il coraggio di insultarlo e provocarlo direttamente in casa sua: questo è un sintomo del forte senso dell’onore sentito da Rodrigo che si ripercuoterà sensibilmente anche sul nuovo sentimento di rivalsa che quella vicenda stimolerà inevitabilmente in lui. Da li, poi, nasceranno tutte le decisioni relative al rapimento e alla richiesta d’aiuto nei confronti dell’Innominato: dall’incontro con il francescano l’uomo ne è uscito molto turbato, ma la decisione del rapimento è un passo molto lungo che Rodrigo non ha mai compiuto prima; è una decisione nuova a cui non si sente pronto e verso cui sviluppa delle segrete preoccupazioni. Naturalmente è la coscienza ad emergere in lui e a lottare contro la sua caparbia e orgogliosa alterigia. La fine di questo personaggio che Alessandro Manzoni ci descrive è certamente legata all’aprirsi di quel percorso nella narrazione che muove verso il lieto fine. E ad un personaggio negativo, ad un antagonista di questo calibro non poteva che essere dedicata una morte sofferente e, come può pensare la maggior parte dei lettori, assolutamente meritata.