Promessi Sposi

Friday
Sep 10th
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Capitolo 29

Qui, tra i poveri spaventati troviamo persone di nostra conoscenza.

Chi non ha visto don Abbondio, il giorno che si sparsero tutte in una volta le notizie della calata dell'esercito, del suo avvicinarsi, e de' suoi portamenti, non sa bene cosa sia impiccio e spavento. Vengono; son trenta, son quaranta, son cinquanta mila; son diavoli, sono ariani, sono anticristi; hanno saccheggiato Cortenuova; han dato fuoco a Primaluna: devastano Introbbio, Pasturo, Barsio; sono arrivati a Balabbio; domani son qui: tali eran le voci che passavan di bocca in bocca; e insieme un correre, un fermarsi a vicenda, un consultare tumultuoso, un'esitazione tra il fuggire e il restare, un radunarsi di donne, un metter le mani ne' capelli. Don Abbondio, risoluto di fuggire, risoluto prima di tutti e più di tutti, vedeva però, in ogni strada da prendere, in ogni luogo da ricoverarsi, ostacoli insuperabili, e pericoli spaventosi. - Come fare? - esclamava: - dove andare? - I monti, lasciando da parte la difficoltà del cammino, non eran sicuri: già s'era saputo che i lanzichenecchi vi s'arrampicavano come gatti, dove appena avessero indizio o speranza di far preda. Il lago era grosso; tirava un gran vento: oltre di questo, la più parte de' barcaioli, temendo d'esser forzati a tragittar soldati o bagagli, s'eran rifugiati, con le loro barche, all'altra riva: alcune poche rimaste, eran poi partite stracariche di gente; e, travagliate dal peso e dalla burrasca, si diceva che pericolassero ogni momento. Per portarsi lontano e fuori della strada che l'esercito aveva a percorrere, non era possibile trovar né un calesse, né un cavallo, né alcun altro mezzo: a piedi, don Abbondio non avrebbe potuto far troppo cammino, e temeva d'esser raggiunto per istrada. Il territorio bergamasco non era tanto distante, che le sue gambe non ce lo potessero portare in una tirata; ma si sapeva ch'era stato spedito in fretta da Bergamo uno squadrone di cappelletti, il qual doveva costeggiare il confine, per tenere in suggezione i lanzichenecchi; e quelli eran diavoli in carne, né più né meno di questi, e facevan dalla parte loro il peggio che potevano. Il pover'uomo correva, stralunato e mezzo fuor di sé, per la casa; andava dietro a Perpetua, per concertare una risoluzione con lei; ma Perpetua, affaccendata a raccogliere il meglio di casa, e a nasconderlo in soffitta, o per i bugigattoli, passava di corsa, affannata, preoccupata, con le mani e con le braccia piene, e rispondeva: - or ora finisco di metter questa roba al sicuro, e poi faremo anche noi come fanno gli altri -. Don Abbondio voleva trattenerla, e discuter con lei i vari partiti; ma lei, tra il da fare, e la fretta, e lo spavento che aveva anch'essa in corpo, e la rabbia che le faceva quello del padrone, era, in tal congiuntura, meno trattabile di quel che fosse stata mai. - S'ingegnano gli altri; c'ingegneremo anche noi. Mi scusi, ma non è capace che d'impedire. Crede lei che anche gli altri non abbiano una pelle da salvare? Che vengono per far la guerra a lei i soldati? Potrebbe anche dare una mano, in questi momenti, in vece di venir tra' piedi a piangere e a impicciare -. Con queste e simili risposte si sbrigava da lui, avendo già stabilito, finita che fosse alla meglio quella tumultuaria operazione, di prenderlo per un braccio, come un ragazzo, e di strascinarlo su per una montagna. Lasciato così solo, s'affacciava alla finestra, guardava, tendeva gli orecchi; e vedendo passar qualcheduno, gridava con una voce mezza di pianto e mezza di rimprovero: - fate questa carità al vostro povero curato di cercargli qualche cavallo, qualche mulo, qualche asino. Possibile che nessuno mi voglia aiutare! Oh che gente! Aspettatemi almeno, che possa venire anch'io con voi; aspettate d'esser quindici o venti, da condurmi via insieme, ch'io non sia abbandonato. Volete lasciarmi in man de' cani? Non sapete che sono luterani la più parte, che ammazzare un sacerdote l'hanno per opera meritoria? Volete lasciarmi qui a ricevere il martirio? Oh che gente! Oh che gente!

Ma a chi diceva queste cose? Ad uomini che passavano curvi sotto il peso della loro povera roba, pensando a quella che lasciavano in casa, spingendo le loro vaccherelle, conducendosi dietro i figli, carichi anch'essi quanto potevano, e le donne con in collo quelli che non potevan camminare. Alcuni tiravan di lungo, senza rispondere né guardare in su; qualcheduno diceva: - eh messere! faccia anche lei come può; fortunato lei che non ha da pensare alla famiglia; s'aiuti, s'ingegni.

- Oh povero me! - esclamava don Abbondio: - oh che gente! che cuori! Non c'è carità: ognun pensa a sé; e a me nessuno vuol pensare -. E tornava in cerca di Perpetua.

- Oh appunto! - gli disse questa: - e i danari?

- Come faremo?

- Li dia a me, che anderò a sotterrarli qui nell'orto di casa, insieme con le posate.

- Ma...

- Ma, ma; dia qui; tenga qualche soldo, per quel che può occorrere; e poi lasci fare a me.

Don Abbondio ubbidì, andò allo scrigno, cavò il suo tesoretto, e lo consegnò a Perpetua; la quale disse: - vo a sotterrarli nell'orto, appiè del fico -; e andò. Ricomparve poco dopo, con un paniere dove c'era della munizione da bocca, e con una piccola gerla vota; e si mise in fretta a collocarvi nel fondo un po' di biancheria sua e del padrone, dicendo intanto: - il breviario almeno lo porterà lei.

- Ma dove andiamo?

- Dove vanno tutti gli altri? Prima di tutto, anderemo in istrada; e là sentiremo, e vedremo cosa convenga di fare.

In quel momento entrò Agnese con una gerletta sulle spalle, e in aria di chi viene a fare una proposta importante.

Agnese, risoluta anche lei di non aspettare ospiti di quella sorte, sola in casa, com'era, e con ancora un po' di quell'oro dell'innominato, era stata qualche tempo in forse del luogo dove ritirarsi. Il residuo appunto di quegli scudi, che ne' mesi della fame le avevan fatto tanto pro, era la cagion principale della sua angustia e della irresoluzione, per aver essa sentito che, ne' paesi già invasi, quelli che avevan danari, s'eran trovati a più terribil condizione, esposti insieme alla violenza degli stranieri, e all'insidie de' paesani. Era vero che, del bene piovutole, come si dice, dal cielo, non aveva fatta la confidenza a nessuno, fuorché a don Abbondio; dal quale andava, volta per volta, a farsi spicciolare uno scudo, lasciandogli sempre qualcosa da dare a qualcheduno più povero di lei. Ma i danari nascosti, specialmente chi non è avvezzo a maneggiarne molti, tengono il possessore in un sospetto continuo del sospetto altrui. Ora, mentre andava anch'essa rimpiattando qua e là alla meglio ciò che non poteva portar con sé, e pensava agli scudi, che teneva cuciti nel busto, si rammentò che, insieme con essi, l'innominato, le aveva mandate le più larghe offerte di servizi; si rammentò le cose che aveva sentito raccontare di quel suo castello posto in luogo così sicuro, e dove, a dispetto del padrone, non potevano arrivar se non gli uccelli; e si risolvette d'andare a chiedere un asilo lassù. Pensò come potrebbe farsi conoscere da quel signore, e le venne subito in mente don Abbondio; il quale, dopo quel colloquio così fatto con l'arcivescovo, le aveva sempre fatto festa, e tanto più di cuore, che lo poteva senza compromettersi con nessuno, e che, essendo lontani i due giovani, era anche lontano il caso che a lui venisse fatta una richiesta, la quale avrebbe messa quella benevolenza a un gran cimento. Suppose che, in un tal parapiglia, il pover'uomo doveva esser ancor più impicciato e più sbigottito di lei, e che il partito potrebbe parer molto buono anche a lui; e glielo veniva a proporre. Trovatolo con Perpetua, fece la proposta a tutt'e due.

- Che ne dite, Perpetua? - domandò don Abbondio.

- Dico che è un'ispirazione del cielo, e che non bisogna perder tempo, e mettersi la strada tra le gambe.

- E poi...

- E poi, e poi, quando saremo là, ci troveremo ben contenti. Quel signore, ora si sa che non vorrebbe altro che far servizi al prossimo; e sarà ben contento anche lui di ricoverarci. Là, sul confine, e così per aria, soldati non ne verrà certamente. E poi e poi, ci troveremo anche da mangiare; ché, su per i monti, finita questa poca grazia di Dio, - e così dicendo, l'accomodava nella gerla, sopra la biancheria, - ci saremmo trovati a mal partito.

- Convertito, è convertito davvero, eh?

- Che c'è da dubitarne ancora, dopo tutto quello che si sa, dopo quello che anche lei ha veduto?

- E se andassimo a metterci in gabbia?

- Che gabbia? Con tutti codesti suoi casi, mi scusi, non si verrebbe mai a una conclusione. Brava Agnese! v'è proprio venuto un buon pensiero -. E messa la gerla sur un tavolino, passò le braccia nelle cigne, e la prese sulle spalle.

- Non si potrebbe, - disse don Abbondio, - trovar qualche uomo che venisse con noi, per far la scorta al suo curato? Se incontrassimo qualche birbone, che pur troppo ce n'è in giro parecchi, che aiuto m'avete a dar voi altre?

- Un'altra, per perder tempo! - esclamò Perpetua. - Andarlo a cercar ora l'uomo, che ognuno ha da pensare a' fatti suoi. Animo! vada a prendere il breviario e il cappello; e andiamo.

Don Abbondio andò, tornò, di lì a un momento, col breviario sotto il braccio, col cappello in capo, e col suo bordone in mano; e uscirono tutt'e tre per un usciolino che metteva sulla piazzetta. Perpetua richiuse, più per non trascurare una formalità, che per fede che avesse in quella toppa e in que' battenti, e mise la chiave in tasca. Don Abbondio diede, nel passare, un'occhiata alla chiesa, e disse tra i denti: - al popolo tocca a custodirla, che serve a lui. Se hanno un po' di cuore per la loro chiesa, ci penseranno; se poi non hanno cuore, tal sia di loro.

Presero per i campi, zitti zitti, pensando ognuno a' casi suoi, e guardandosi intorno, specialmente don Abbondio, se apparisse qualche figura sospetta, qualcosa di straordinario. Non s'incontrava nessuno: la gente era, o nelle case a guardarle, a far fagotto, a nascondere, o per le strade che conducevan direttamente all'alture.

Dopo aver sospirato e risospirato, e poi lasciato scappar qualche interiezione, don Abbondio cominciò a brontolare più di seguito. Se la prendeva col duca di Nevers, che avrebbe potuto stare in Francia a godersela, a fare il principe, e voleva esser duca di Mantova a dispetto del mondo; con l'imperatore, che avrebbe dovuto aver giudizio per gli altri, lasciar correr l'acqua all'ingiù, non istar su tutti i puntigli: ché finalmente, lui sarebbe sempre stato l'imperatore, fosse duca di Mantova Tizio o Sempronio. L'aveva principalmente col governatore, a cui sarebbe toccato a far di tutto, per tener lontani i flagelli dal paese, ed era lui che ce gli attirava: tutto per il gusto di far la guerra. - Bisognerebbe, - diceva, - che fossero qui que' signori a vedere, a provare, che gusto è. Hanno da rendere un bel conto! Ma intanto, ne va di mezzo chi non ci ha colpa.

- Lasci un po' star codesta gente; che già non son quelli che ci verranno a aiutare, - diceva Perpetua. - Codeste, mi scusi, sono di quelle sue solite chiacchiere che non concludon nulla. Piuttosto, quel che mi dà noia...

- Cosa c'è?

Perpetua, la quale, in quel pezzo di strada, aveva pensato con comodo al nascondimento fatto in furia, cominciò a lamentarsi d'aver dimenticata la tal cosa, d'aver mal riposta la tal altra; qui, d'aver lasciata una traccia che poteva guidare i ladroni, là...

- Brava! - disse don Abbondio, ormai sicuro della vita, quanto bastava per poter angustiarsi della roba: - brava! così avete fatto? Dove avevate la testa?

- Come! - esclamò Perpetua, fermandosi un momento su due piedi, e mettendo i pugni su' fianchi, in quella maniera che la gerla glielo permetteva: - come! verrà ora a farmi codesti rimproveri, quand'era lei che me la faceva andar via, la testa, in vece d'aiutarmi e farmi coraggio! Ho pensato forse più alla roba di casa che alla mia; non ho avuto chi mi desse una mano; ho dovuto far da Marta e Maddalena; se qualcosa anderà a male, non so cosa mi dire: ho fatto anche più del mio dovere.

Agnese interrompeva questi contrasti, entrando anche lei a parlare de' suoi guai: e non si rammaricava tanto dell'incomodo e del danno, quanto di vedere svanita la speranza di riabbracciar presto la sua Lucia; ché, se vi rammentate, era appunto quell'autunno sul quale avevan fatto assegnamento: né era da supporre che donna Prassede volesse venire a villeggiare da quelle parti, in tali circostanze: piuttosto ne sarebbe partita, se ci si fosse trovata, come facevan tutti gli altri villeggianti.

La vista de' luoghi rendeva ancor più vivi que' pensieri d'Agnese, e più pungente il suo dispiacere. Usciti da' sentieri, avevan presa la strada pubblica, quella medesima per cui la povera donna era venuta riconducendo, per così poco tempo, a casa la figlia, dopo aver soggiornato con lei, in casa del sarto. E già si vedeva il paese.

- Anderemo bene a salutar quella brava gente, - disse Agnese.

- E anche a riposare un pochino: ché di questa gerla io comincio ad averne abbastanza; e poi per mangiare un boccone, - disse Perpetua.

- Con patto di non perder tempo; ché non siamo in viaggio per divertimento, - concluse don Abbondio.

Furono ricevuti a braccia aperte, e veduti con gran piacere: rammentavano una buona azione. Fate del bene a quanti più potete, dice qui il nostro autore; e vi seguirà tanto più spesso d'incontrar de' visi che vi mettano allegria.

Agnese, nell'abbracciar la buona donna, diede in un dirotto pianto, che le fu d'un gran sollievo; e rispondeva con singhiozzi alle domande che quella e il marito le facevan di Lucia.

- Sta meglio di noi, - disse don Abbondio: - è a Milano, fuor de' pericoli, lontana da queste diavolerie.

- Scappano, eh? il signor curato e la compagnia, - disse il sarto.

- Sicuro, - risposero a una voce il padrone e la serva.

- Li compatisco.

- Siamo incamminati, - disse don Abbondio; - al castello di ***.

- L'hanno pensata bene: sicuri come in chiesa.

- E qui, non hanno paura? - disse don Abbondio.

- Dirò, signor curato: propriamente in ospitazione, come lei sa che si dice, a parlar bene, qui non dovrebbero venire coloro: siam troppo fuori della loro strada, grazie al cielo. Al più al più, qualche scappata, che Dio non voglia: ma in ogni caso c'è tempo; s'hanno a sentir prima altre notizie da' poveri paesi dove anderanno a fermarsi.

Si concluse di star lì un poco a prender fiato; e, siccome era l'ora del desinare, - signori, - disse il sarto: - devono onorare la mia povera tavola: alla buona: ci sarà un piatto di buon viso.

Perpetua disse d'aver con sé qualcosa da rompere il digiuno. Dopo un po' di cerimonie da una parte e dall'altra, si venne a patti d'accozzar, come si dice, il pentolino, e di desinare in compagnia.

I ragazzi s'eran messi con gran festa intorno ad Agnese loro amica vecchia. Presto, presto; il sarto ordinò a una bambina (quella che aveva portato quel boccone a Maria vedova: chi sa se ve ne rammentate più!), che andasse a diricciar quattro castagne primaticce, ch'eran riposte in un cantuccio: e le mettesse a arrostire.

- E tu, - disse a un ragazzo, - va' nell'orto, a dare una scossa al pesco, da farne cader quattro, e portale qui: tutte, ve'. E tu, - disse a un altro, - va' sul fico, a coglierne quattro de' più maturi. Già lo conoscete anche troppo quel mestiere -. Lui andò a spillare una sua botticina; la donna a prendere un po' di biancheria da tavola. Perpetua cavò fuori le provvisioni; s'apparecchiò: un tovagliolo e un piatto di maiolica al posto d'onore, per don Abbondio, con una posata che Perpetua aveva nella gerla. Si misero a tavola, e desinarono, se non con grand'allegria, almeno con molta più che nessuno de' commensali si fosse aspettato d'averne in quella giornata.

- Cosa ne dice, signor curato, d'uno scombussolamento di questa sorte? - disse il sarto: - mi par di leggere la storia de' mori in Francia.

- Cosa devo dire? Mi doveva cascare addosso anche questa!

- Però, hanno scelto un buon ricovero, - riprese quello: - chi diavolo ha a andar lassù per forza? E troveranno compagnia: ché già s'è sentito che ci sia rifugiata molta gente, e che ce n'arrivi tuttora.

- Voglio sperare, - disse don Abbondio, - che saremo ben accolti. Lo conosco quel bravo signore; e quando ho avuto un'altra volta l'onore di trovarmi con lui, fu così compito!

- E a me, - disse Agnese, - m'ha fatto dire dal signor monsignor illustrissimo, che, quando avessi bisogno di qualcosa, bastava che andassi da lui.

- Gran bella conversione! - riprese don Abbondio: - e si mantiene, n'è vero? si mantiene.

Il sarto si mise a parlare alla distesa della santa vita dell'innominato, e come, dall'essere il flagello de' contorni, n'era divenuto l'esempio e il benefattore.

- E quella gente che teneva con sé?... tutta quella servitù?... - riprese don Abbondio, il quale n'aveva più d'una volta sentito dir qualcosa, ma non era mai quieto abbastanza.

- Sfrattati la più parte, - rispose il sarto: - e quelli che son rimasti, han mutato sistema, ma come! In somma è diventato quel castello una Tebaide: lei le sa queste cose.

Entrò poi a parlar con Agnese della visita del cardinale. - Grand'uomo! - diceva; - grand'uomo! Peccato che sia passato di qui così in furia, che non ho né anche potuto fargli un po' d'onore. Quanto sarei contento di potergli parlare un'altra volta, un po' più con comodo.

Alzati poi da tavola, le fece osservare una stampa rappresentante il cardinale, che teneva attaccata a un battente d'uscio, in venerazione del personaggio, e anche per poter dire a chiunque capitasse, che non era somigliante; giacché lui aveva potuto esaminar da vicino e con comodo il cardinale in persona, in quella medesima stanza.

- L'hanno voluto far lui, con questa cosa qui? - disse Agnese. - Nel vestito gli somiglia; ma...

- N'è vero che non somiglia? - disse il sarto: - lo dico sempre anch'io: noi, non c'ingannano, eh? ma, se non altro, c'è sotto il suo nome: è una memoria.

Don Abbondio faceva fretta; il sarto s'impegnò di trovare un baroccio che li conducesse appiè della salita; n'andò subito in cerca, e poco dopo, tornò a dire che arrivava. Si voltò poi a don Abbondio, e gli disse: - signor curato, se mai desiderasse di portar lassù qualche libro, per passare il tempo, da pover'uomo posso servirla: ché anch'io mi diverto un po' a leggere. Cose non da par suo, libri in volgare; ma però...

- Grazie, grazie, - rispose don Abbondio: - son circostanze, che si ha appena testa d'occuparsi di quel che è di precetto.

Mentre si fanno e si ricusano ringraziamenti, e si barattano saluti e buoni augùri, inviti e promesse d'un'altra fermata al ritorno, il baroccio è arrivato davanti all'uscio di strada. Ci metton le gerle, salgon su, e principiano, con un po' più d'agio e di tranquillità d'animo, la seconda metà del viaggio.

Il sarto aveva detto la verità a don Abbondio, intorno all'innominato. Questo, dal giorno che l'abbiam lasciato, aveva sempre continuato a far ciò che allora s'era proposto, compensar danni, chieder pace, soccorrer poveri, sempre del bene in somma, secondo l'occasione. Quel coraggio che altre volte aveva mostrato nell'offendere e nel difendersi, ora lo mostrava nel non fare né l'una cosa né l'altra. Andava sempre solo e senz'armi, disposto a tutto quello che gli potesse accadere dopo tante violenze commesse, e persuaso che sarebbe commetterne una nuova l'usar la forza in difesa di chi era debitore di tanto e a tanti; persuaso che ogni male che gli venisse fatto, sarebbe un'ingiuria riguardo a Dio, ma riguardo a lui una giusta retribuzione; e che dell'ingiuria, lui meno d'ogni altro, aveva diritto di farsi punitore. Con tutto ciò, era rimasto non meno inviolato di quando teneva armate, per la sua sicurezza, tante braccia e il suo. La rimembranza dell'antica ferocia, e la vista della mansuetudine presente, una, che doveva aver lasciati tanti desidèri di vendetta, l'altra, che la rendeva tanto agevole, cospiravano in vece a procacciargli e a mantenergli un'ammirazione, che gli serviva principalmente di salvaguardia. Era quell'uomo che nessuno aveva potuto umiliare, e che s'era umiliato da sé. I rancori, irritati altre volte dal suo disprezzo e dalla paura degli altri, si dileguavano ora davanti a quella nuova umiltà: gli offesi avevano ottenuta, contro ogni aspettativa, e senza pericolo, una soddisfazione che non avrebbero potuta promettersi dalla più fortunata vendetta, la soddisfazione di vedere un tal uomo pentito de' suoi torti, e partecipe, per dir così, della loro indegnazione. Molti, il cui dispiacere più amaro e più intenso era stato per molt'anni, di non veder probabilità di trovarsi in nessun caso più forti di colui, per ricattarsi di qualche gran torto; incontrandolo poi solo, disarmato, e in atto di chi non farebbe resistenza, non s'eran sentiti altro impulso che di fargli dimostrazioni d'onore. In quell'abbassamento volontario, la sua presenza e il suo contegno avevano acquistato, senza che lui lo sapesse, un non so che di più alto e di più nobile; perché ci si vedeva, ancor meglio di prima, la noncuranza d'ogni pericolo. Gli odi, anche i più rozzi e rabbiosi, si sentivano come legati e tenuti in rispetto dalla venerazione pubblica per l'uomo penitente e benefico. Questa era tale, che spesso quell'uomo si trovava impicciato a schermirsi dalle dimostrazioni che gliene venivan fatte, e doveva star attento a non lasciar troppo trasparire nel volto e negli atti il sentimento interno di compunzione, a non abbassarsi troppo, per non esser troppo esaltato. S'era scelto nella chiesa l'ultimo luogo; e non c'era pericolo che nessuno glielo prendesse: sarebbe stato come usurpare un posto d'onore. Offender poi quell'uomo, o anche trattarlo con poco riguardo, poteva parere non tanto un'insolenza e una viltà, quanto un sacrilegio: e quelli stessi a cui questo sentimento degli altri poteva servir di ritegno, ne partecipavano anche loro, più o meno.

Queste medesime ed altre cagioni, allontanavano pure da lui le vendette della forza pubblica, e gli procuravano, anche da questa parte, la sicurezza della quale non si dava pensiero. Il grado e le parentele, che in ogni tempo gli erano state di qualche difesa, tanto più valevano per lui, ora che a quel nome già illustre e infame, andava aggiunta la lode d'una condotta esemplare, la gloria della conversione. I magistrati e i grandi s'eran rallegrati di questa, pubblicamente come il popolo; e sarebbe parso strano l'infierire contro chi era stato soggetto di tante congratulazioni. Oltre di ciò, un potere occupato in una guerra perpetua, e spesso infelice, contro ribellioni vive e rinascenti, poteva trovarsi abbastanza contento d'esser liberato dalla più indomabile e molesta, per non andare a cercar altro: tanto più, che quella conversione produceva riparazioni che non era avvezzo ad ottenere, e nemmeno a richiedere. Tormentare un santo, non pareva un buon mezzo di cancellar la vergogna di non aver saputo fare stare a dovere un facinoroso: e l'esempio che si fosse dato col punirlo, non avrebbe potuto aver altro effetto, che di stornare i suoi simili dal divenire inoffensivi. Probabilmente anche la parte che il cardinal Federigo aveva avuta nella conversione, e il suo nome associato a quello del convertito, servivano a questo come d'uno scudo sacro. E in quello stato di cose e d'idee, in quelle singolari relazioni dell'autorità spirituale e del poter civile, ch'eran così spesso alle prese tra loro, senza mirar mai a distruggersi, anzi mischiando sempre alle ostilità atti di riconoscimento e proteste di deferenza, e che, spesso pure, andavan di conserva a un fine comune, senza far mai pace, poté parere, in certa maniera, che la riconciliazione della prima portasse con sé l'oblivione, se non l'assoluzione del secondo, quando quella s'era sola adoprata a produrre un effetto voluto da tutt'e due.

Così quell'uomo sul quale, se fosse caduto, sarebbero corsi a gara grandi e piccoli a calpestarlo; messosi volontariamente a terra, veniva risparmiato da tutti, e inchinato da molti.

È vero ch'eran anche molti a cui quella strepitosa mutazione dovette far tutt'altro che piacere: tanti esecutori stipendiati di delitti, tanti compagni nel delitto, che perdevano una così gran forza sulla quale erano avvezzi a fare assegnamento, che anche si trovavano a un tratto rotti i fili di trame ordite da un pezzo, nel momento forse che aspettavano la nuova dell'esecuzione. Ma già abbiam veduto quali diversi sentimenti quella conversione facesse nascere negli sgherri che si trovavano allora con lui, e che la sentirono annunziare dalla sua bocca: stupore, dolore, abbattimento, stizza; un po' di tutto, fuorché disprezzo né odio. Lo stesso accadde agli altri che teneva sparsi in diversi posti, lo stesso a' complici di più alto affare, quando riseppero la terribile nuova, e a tutti per le cagioni medesime. Molt'odio, come trovo nel luogo, altrove citato, del Ripamonti, ne venne piuttosto al cardinal Federigo. Riguardavan questo come uno che s'era mischiato ne' loro affari, per guastarli; l'innominato aveva voluto salvar l'anima sua: nessuno aveva ragion di lagnarsene.

Di mano in mano poi, la più parte degli sgherri di casa, non potendo accomodarsi alla nuova disciplina, né vedendo probabilità che s'avesse a mutare, se n'erano andati. Chi avrà cercato altro padrone, e fors'anche tra gli antichi amici di quello che lasciava; chi si sarà arrolato in qualche terzo, come allora dicevano, di Spagna o di Mantova, o di qualche altra parte belligerante; chi si sarà messo alla strada, per far la guerra a minuto, e per conto suo; chi si sarà anche contentato d'andar birboneggiando in libertà. E il simile avranno fatto quegli altri che stavano prima a' suoi ordini, in diversi paesi. Di quelli poi che s'eran potuti avvezzare al nuovo tenor di vita, o che lo avevano abbracciato volentieri, i più, nativi della valle, eran tornati ai campi, o ai mestieri imparati nella prima età, e poi abbandonati; i forestieri eran rimasti nel castello, come servitori: gli uni e gli altri, quasi ribenedetti nello stesso tempo che il loro padrone, se la passavano, al par di lui, senza fare né ricever torti, inermi e rispettati.

Ma quando, al calar delle bande alemanne, alcuni fuggiaschi di paesi invasi o minacciati capitarono su al castello a chieder ricovero, l'innominato, tutto contento che quelle sue mura fossero cercate come asilo da' deboli, che per tanto tempo le avevan guardate da lontano come un enorme spauracchio, accolse quegli sbandati, con espressioni piuttosto di riconoscenza che di cortesia; fece sparger la voce, che la sua casa sarebbe aperta a chiunque ci si volesse rifugiare, e pensò subito a mettere, non solo questa, ma anche la valle, in istato di difesa, se mai lanzichenecchi o cappelletti volessero provarsi di venirci a far delle loro. Radunò i servitori che gli eran rimasti, pochi e valenti, come i versi di Torti; fece loro una parlata sulla buona occasione che Dio dava loro e a lui, d'impiegarsi una volta in aiuto del prossimo, che avevan tanto oppresso e spaventato; e, con quel tono naturale di comando, ch'esprimeva la certezza dell'ubbidienza, annunziò loro in generale ciò che intendeva che facessero, e soprattutto prescrisse come dovessero contenersi, perché la gente che veniva a ricoverarsi lassù, non vedesse in loro che amici e difensori. Fece poi portar giù da una stanza a tetto l'armi da fuoco, da taglio, in asta, che da un pezzo stavan lì ammucchiate, e gliele distribuì; fece dire a' suoi contadini e affittuari della valle, che chiunque si sentiva, venisse con armi al castello; a chi non n'aveva, ne diede; scelse alcuni, che fossero come ufiziali, e avessero altri sotto il loro comando; assegnò i posti all'entrature e in altri luoghi della valle, sulla salita, alle porte del castello; stabilì l'ore e i modi di dar la muta, come in un campo, o come già s'era costumato in quel castello medesimo, ne' tempi della sua vita disperata.

In un canto di quella stanza a tetto, c'erano in disparte l'armi che lui solo aveva portate; quella sua famosa carabina, moschetti, spade, spadoni, pistole, coltellacci, pugnali, per terra, o appoggiati al muro. Nessuno de' servitori le toccò; ma concertarono di domandare al padrone quali voleva che gli fossero portate. - Nessuna, - rispose; e, fosse voto, fosse proposito, restò sempre disarmato, alla testa di quella specie di guarnigione.

Nello stesso tempo, aveva messo in moto altr'uomini e donne di servizio, o suoi dipendenti, a preparar nel castello alloggio a quante più persone fosse possibile, a rizzar letti, a disporre sacconi e strapunti nelle stanze, nelle sale, che diventavan dormitòri. E aveva dato ordine di far venire provvisioni abbondanti, per ispesare gli ospiti che Dio gli manderebbe, e i quali infatti andavan crescendo di giorno in giorno. Lui intanto non istava mai fermo; dentro e fuori del castello, su e giù per la salita, in giro per la valle, a stabilire, a rinforzare, a visitar posti, a vedere, a farsi vedere, a mettere e a tenere in regola, con le parole, con gli occhi, con la presenza. In casa, per la strada, faceva accoglienza a quelli che arrivavano; e tutti, o lo avessero già visto, o lo vedessero per la prima volta, lo guardavano estatici, dimenticando un momento i guai e i timori che gli avevano spinti lassù; e si voltavano ancora a guardarlo, quando, staccatosi da loro, seguitava la sua strada.

 

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I Personaggi

 

Renzo Tramaglino

Parliamo del principale protagonista maschile della storia narrata da Alessandro Manzoni. Lorenzo Tramaglino è il nome per intero di questa importante figura. Si tratta di un  giovane di trent’anni dalle umili origini: figlio di filatori di seta, era rimasto orfano in giovane età e aveva ereditato la piccola attività che aveva poi continuato a svolgere autonomamente. Lo troviamo che vive in una situazione economica tranquilla: infatti, nonstante la carestia, che all’inizio della vicenda aveva già iniziato da tempo a far sentire i suoi effetti, si trova in una condizione abbastanza agiata. Il settore della filatuta della seta era in forte crisi, molti operai specializzati sceglievano spesso di trasferirsi negli stati vicini dove le paghe erano migliori, ma la sua permanenza nel paese natale garantisce a lui che continua l’attività una più che buona rendita. Inoltre c’è da aggiungere come adiacente alla propria abitazione il giovane ha a disposizione un appezzamento di terreno da cui riesce a ricavare raccolti discreti che gli permettevano di arrotondare efficacemente il prodotto del filatoio.Renzo è innamorato di una giovane contadina, Lucia Mondella.Quando la narrazione comincia i due si sono già conosciuti a hanno ben organizzato tutto per il giorno delle nozze che sappiamo poi non esser andato a buon fine. Ma quello che interessa maggiormente è capire come Alessandro Manzoni sia riuscito a caratterizzare questo personaggio che, ricordiamolo, è un umile popolano di cui poco si poteva narrare in forma romanzata e quindi interessante.Inevitabilmente la questione principale, per l’autore, era quella di costruirne il carattere, quello di mostrare i suoi tratti psicologici preminenti.E l’obiettivo viene certamente raggiunto grazie alla costruzione di diversi passi centrali della storia in cui lo stesso Renzo ha modo di esplicare molto efficacemente gli elementi costitutivi del proprio carattere. Nei primissimi capitoli un momento molto significativo, ad esempio, è quello in cui il nostro protagonista, recatosi da Don Abbondio per concludere i preparativi del matrimonio e confermare l’ora e il luogo della celebrazione religiosa arriva, invece, a discutere con il curato con animo e vivacità. Cosa ne emerge?Renzo ha un carattere vivace e pronto a scattare in ribellioni imrpovvise che però riescono a sopirsi con altrettanta rapidità: quando, infatti, il giovane ne discute anche con l’amata Lucia e la madre Agnese tralascia l’esuberanza per ragionare e partecipare alla ricerca di una soluzione alternativa.Quindi possiamo parlare non di prepotenza, bensì quasi di un’energia giovanile  e ancora un po’ ingenua.D’altronde non dimentichiamo che Renzo non si è mai allontanato prima dal paese dove è nato e cresciuto. Qui ha continuato a vivere e lavorare in piena autonomia, quindi imparando a prendersi cura delle faccende domestiche, ma non ha mai avuto vere occasioni di allargare le proprie vedute e fare altre importanti esperienze di vita.Così, quando la vicenda prosegue e giunge la fase del suo trasferimento a Milano, emerge anche la sua inesperienza e la sua eccessiva onestà: se tra le montagne e le questioni inerenti la vita del paese Renzo può essere considerato uomo intelligente e persino furbo, in questo nuovo contesto la sua inesperienza di vita lo porterà a compiere diversi gravi errori. Pensiamo alla prima scena dei tumulti di piazza descritta da Manzoni: il giovane è attratto da frastuono, è incuriosito dal motivo di tutto quel protestare e quando ode le intenzioni violente che la popolazioni esprime nei confronti del vicario della città ne rimane colpito.Renzo è timoroso e rispettoso verso Dio, è un uomo che appoggia apertamente la giustizia e i governanti perché è un fautore dell’ordine. Ha un gran cuore ed è caritatevole, come dimostra quando, in viaggio da Milano verso Bergamo durante la fuga, dona i suoi ultimi soldi alla povera famiglia di contadini o quando sempre a Milano, ma durante l’epidamia di peste, si priva dei suoi ultimi pani per sfamare una donna e alcuni bambini rinchiusi in un’abitazione.Ma proseguiamo con le vicende della rivolta del pane.Quando, raggiunta la folla che vuole attaccare la casa del vicario, improvvisa il suo piccolo soliloquio attirando l’attenzione di molti presenti non fa delle provocazioni, ma parla di giustizia sociale mostrando tutta la sua onestà morale e intelletuale. Peccato, però, che proprio in questa occasione a causa della sua ingenuità si mette in mostra anche nei confronti della “guida sconosciuta”, un esponente delle forze dell’ordine, che interpreterà il suo vivace intervento come espressione di un’errata volontà sovversiva. Ma non bisogna pensare, però, che da qui in poi il personaggio avrà una caratterizzazione negativa.Il giorno seguente, quando lo ritroviamo in strada braccato dalla milizia e dal notaio criminale, infatti, Renzo ci da altra prova della sua furbizia: cosa fa quando, durante quel tragitto sotto scorta, si imbatte nelle stesse persone che il giorno prima lo hanno ascoltato davanti alla casa del vicario?Aguzza l’ingegno e ne ottiene l’intervento a suo favore proprio andando a stuzzicare quella che è la ferita aperta, e cioè la lotta per il pane e i soprusi ai danni della povera gente.Un altro momento della storia che è assolutamente degno di nota è quello in cui il giovane, certamente ammansito da padre Cristoforo, arriva però a riconoscere il proprio perdono al suo grande nemico, l’acerrimo Don Rodrigo, l’uomo che aveva più volte minacciato di voler uccidere senza pietà. Il tema, anche qui, è quello dell’incondizionato rispetto divino: è dalla sua educazione religiosa e dalla bontà d’animo che imparava a trovare il coraggio di superare l’odio per un ultimo  gesto di pietà.

 

Lucia Mondella

Si tratta della principale figura femminile del romanzo importante, però, soprattutto per il legame che la vede collegata a Renzo e per le vicende che la interessano da cui emerge, comunque, una sua particolare complessità.Alessandro Manzoni la presenta come una giovane contadina dalle umili origini educata secondo la severa tradizione religiosa dell’epoca da cui deriva la grande devozione e l’immenso rispetto per tutto quello che riguarda la fede e la dottrina cristiana.L’autore ne descrive appena la  normale bellezza, il fascino privo di particolari caratteri dominanti e piuttosto semplice nel complesso. D’altronde parliamo di una giovane filatrice che non si è mai allontanata dal paese dove è nata è che non presenterà mai particolari velleità e ambizioni se non quella di sposarsi con Renzo.Forse, l’elemento che più di tutti diventa tipico della figura di Lucia nella narrazione de “I Promessi Sposi” è quello legato al suo essere quasi l’incarnazione della purezza e della semplicità umana.Ad esempio, quando Renzo dopo essersi incontrato con Don Abbondio e aver scoperto che nel’improvviso ritardo del matrimonio c’è di mezzo Don Rodrigo, vengono palesate tutte le intenzioni vendicative del giovane proprio nei confronti di quest’ultimo. Ma basterà al giovane pensare all’amata Lucia per ritrovare una positiva e pacifica tranquillità. Quindi parliamo di Lucia come di una persona ispiratrice di sentimenti onesti e caratterizzata non da una feminilità prorompente e provocante bensì, al contrario, da un esser donna in maniera semplice, sana, pulita e allo stesso tempo efficace al punto di attirare su di se anche le attenzioni del temibile Rodrigo.Parliamo, inoltre, di una giovane che ha perso il padre in tenera età e che ha nella madre l’unico spirito guida.Ma un monento importante della vicenda in cui Lucia ricopre un ruolo determinante è quello della “notte degli imbrogli” in cui i due promessi sposi, recatisi clandestinamente nell’abitazione del curato grazie anche all’appoggio di Tonio e Gervaso, devono tentare di risolvere le loro nozze.Ebbene, se da un lato troviamo in Renzo una fredda determinazione nella giovane possiamo, invece, rilevare una forte preoccupazione e contrarietà per quella soluzione avventata e di certo disonesta. Cosa farà Lucia quando Abbondio accortosi dell’iinganno la copre con con un tappeto per evitare che pronunci la formula? Praticamente non reagisce, non proferisce parola e il tentativo escogitato da Renzo e Agnese fallisce.Però è proprio nel proseguo immediato della storia che la troviamo nuovamente protagonista e artefice di quello che sarà il passo successivo, ossia il coinvolgimento di padre Cristoforo.  Anche se probabilmente non appare, Lucia rappresenta un personaggio abbastanza complesso.La sua innocenza, infatti, non è sinonimo di ingenuità e la sua volontà di sposare Renzo è assolutamente manifesta, salvo però voler raggiungere il matrimonio senza sotterfugi.Diventa facile comprendere la controvoglia con cui la giovane aveva seguito Renzo in casa del curato, ma più difficile riuscire ad interpretarne realmente l’animo. La giovane rifugge qualsiasi espressione di violenza prodotta dal giovane anche quando lo stesso si riferisce a Don Rodrigo, ma è pronta a escogitare una soluzione prendendo in considerazione proprio l’aiuto dell’amico francescano Cristoforo. Si fida di lui perché crede in Dio e nella giustezza delle persone di Chiesa.Naturalmente anche nel caso del suo rapimento escogitato dall’Inominato e Egidio, ma con la complicità della Monaca di Monza, si tratta di una fiducia che non possiamo definire ingenua.Ricordiamo, infatti, come sia Gertrude a trovarsi in una posizione tale da indurre la giovane comunque a riporre in lei la sua fiducia.  Più avanti ancora nella storia, e per la precisione nel momento in cui L’Innominato va  a farle visita nella casa della vecchia dove è stata condotta, Lucia da segno della sua forza d’animo e della sua risolutezza: pur spevenata dalla presenza dell’uomo lo affronta con coraggio mostrandosi pronta addirittura alla morte.

 

Don Abbondio

Si tratta di un personaggio maschile dalla rilevanza primaria soprattutto per quanto riguarda gli avvenimenti che si susseguono nella parte iniziale della storia narrata  da Alessandro Manzoni.Ma bisogna sottolineare come la sua figura compare anche in altri successivi e fondamentali passaggi della narrazione.E’ interessante sapere che l’autore ha ripreso per il curato di Pescarenico il nome di Sant’Abbondio, patrone di Como molto conosciuto e amato soprattutto nelle zone in cui si svolge tutta la storia.Per quanto riguarda, poi, la caratterizzazione del personaggio è utile specificare come da un punto di vista psicologico e caratteriale pochi sono i dubbi su quella che è la bassa caratura etica e morale dell’uomo.Di fatto, è molto facile farsi di Don Abbondio un’opinione abbastanza negativa anche se il suo è forse il personaggio più popolare dopo quelli degli stessi Renzo e Lucia; e questo perché Alessandro Manzoni ne ha dato un’immagine assolutamente umana e molto vicina alla realtà al punto da farlo inevitabilmente entrare nel cuore dei lettori.Nel primo capitolo, che apre tutto il romanzo, l’autore ci descrive l’uomo in atteggiamenti che sono talmente tipici del suo modo di essere da renderci con molta efficacia l’idea di come il personaggio sia effettivamente: nella passeggiata di ritorno verso casa il curato cammina indolente, tranquillo e rilassato mentre legge i versi del libro che tiene in mano. Ne emerge l’ozio, elemento di cui lui gode beatamente perché rappresenta uno dei suoi ideali di vita.Ma già poco oltre nella narrazione, e ci riferiamo alla vista e all’incontro con i due bravi, spuntano immediatamente le altre forme tipiche del suo carattere: Abbondio è infastidito dalla vista degli uomini che interrompono la sua lettura, quindi la paura e il timore non emergono subito, ma solo pochi minuti dopo. Infatti sappiamo tutti quale sarà la sua reazione alle parole dei bravi.Ma è bello notare come, avvicinandosi al punto in cui i due lo attendevano, andava chiedendosi se avesse mai nuociuto a qualcuno, o se magari ad essere atteso non fosse lui, ma qualcun altro che giungeva alle sue spalle. Quindi abbiamo letto che, fermatosi all’intimazione di uno dei due e ascoltato quanto lo stesso avesse da comunicargli, non fugge via in preda al terrore e sembra quasi esprimere uninaspettata forza d’animo che, però, nasconde solo una più sincera vigliaccheria.Sapendo cosa gli è stato comunicato e, soprattutto,da chi gli sia stata rivolta la minaccia, è molto utile andare ad analizzare  anche il “sonno agitato” che gli nega il riposo durante la notte e i sentimenti dominanti che sono la paura profonda e viscerale per la minaccia ricevuta alla sua incolumità e il fastidio per aver visto rompersi la tanto amata e desiderata tranquillità, che è l’unico scopo della sua vita.Ma andiamo più avanti e arriviamo alla notte degli imbrogli.Come riescono, Tonio e Gervaso, a farsi accogliere dal curato in casa propria nonstante l’ora tarda e il rilassato impegno nella lettura a cui Abbondio si era pacatamente dedicato? Ma con la scusa della restituzione del denaro, altra vile preoccupazione che il religioso portava sempre con se data anche la situazione di scarsità e miseria che regnava a quei tempi tra la popolazione.Ma un altro aspetto che deve essere assolutamente rilevato è anche l’atteggiamento con cui, dopo l’inganno e il vano tentativo di Renzo e Lucia che gli si erano intrufolati in casa, Abbondio reagisce  non tanto per ottenere una punizione a danno dei colpevoli, quanto per mettere tutto a tecere ed evitare che Don Rodrigo possa venir a sapere dell’accaduto. Anche qui sono il timore e la vigliaccheria che emergono e dominano letteralmente ogni azione e decisione del curato.Ma arriviamo a parlare del momento clou della narrazione in cui tutta la sapiente costruzione del personaggio fatta da Alessandro Manzoni emerge con maggior forza: ci riferiamo all’incontro tra Don Abbondio e il cardinale Federigo Borromeo e al totale annichilimento del primo sovrastato dalla grendezza morale e dalla giustezza del secondo. Dalla scena e dalla discussione tanto bene decritta emerge, in sostanza, che se Borromeo è un uomo nato e cresciuto per rendersi servitore, il nostro Abbondio è, al contrario, un uomo che si è rifugiato in una “classe riverita” per farsi servire.Il curato non è disposto a sacrificarsi per il prossimo come, invece, la dottrina cristiana gli chiede di fare ma, al contrario, si preoccupa che la sua posizione di esponente del clero possa assicurargli protezione e favori. . E tutto questo per le ragioni che abbiamo già esposto e per la sua grande paura: pensate alla faccia dell’uomo quando gli viene chiesto di lasciarsi accompagnare dal celeberrimo Innominato fin su al suo castello per incontrare Lucia. Avrebbe preferito morire.Dopo una lunga pausa dovuta agli accadimenti legati alla pestilenza, alla guerra e alle vicende più importanti di Renzo e Lucia, lo ritroviamo finalmente tornato a Pescarenico quando tutto è terminato e la paura della morte si è finalmente allontanata. Il lieto fine dell’intera vicenda lo vedrà ptroganista, dal momento che sarà lui in persona a celebrare il matrimonio tra i due promessi sposi, ma solo dopo che il susseguirsi delle vicende gli infondono l’assoluta certezza di essere scampato da ogni rischio: ci riferiamo alla notizia garantita della morte di Don Rodrigo comunicatagli dal marchese suo ereditiero.

 

Don Rodrigo

Un personaggio molto interessante che merita attenzione per il ruolo che ricopre all’interno della vicenda e per il suo particolare valore carico di una connotazione negativa. Un aspetto che deve essere necessariamente tenuto in considerazione è che l’autore non ha affatto offerto una descrizione fisica di questo personaggio di cui possiamo desumere,quindi, solo le preincipali peculiartià caratteriali e comportamentali. Don Rodrigo incarna molto bene alcuni valori diffusi nel Seicento e la migliore descrizione offertarci del personaggio è quella contenuta nel quinto capitolo in cui padre Cristoforo si reca a palazzo per conferire proprio con lui. Colpisce molto la presentazione fatta del borgo in cui l’abitazione del signorotto si trova. Naturalmente si tratta di una descrizione filtrata dai pensieri del francescano che sta percorrendo le vie di quel piccolo centro abitato che lo condurranno proprio al palazzo. E la decrizione di quegli uomini dall’aria sospettosa e aggressiva e di quelle donne dall’aspetto quasi virile è, di fatto, uno specchio di come lo stesso personaggio di Rodrigo è stato costruito.Lui è un signorotto non esageratamente ricco, ma comunque benestante e abbastanza altolocato da potersi permettere una condotta di vita all’insegna della sbruffonaggine e della malvivenza: ne è una testimonianza il fatto che opera in tutto il cinrcondario compiendo atti di violenza verso la popolazione grazie ad un certo potere d’azione di cui è consapevole e ovviamente compiaciuto. Ma scendiamo più nel particolare e cerchiamo di comprendere meglio le linee del suo carattere.Rodrigo è una figura vocata, si, al male, ma non in maniera stupida e senza attenzione alla voce della coscienza. Non è dotato di una intelligenza sopraffina, ma cela comunque una prontazza di pensiero degna di nota.Naturalmente dobbiamo far riferimento al suo incontro con Cristoforo giunto a palazzo per discutere della grave questione di Lucia Mondella. Rodrigo, ricordiamolo, si trovava a tavola dove diversi invitati discutevano animatamente di diverse questioni, tra cui la violenta guerra tra Francia e Spagna. Il padrone era certamente interessato alla conversazione, però alla vista del francescano prova inquietudine, disagio, fastidio. Rodrigo è abituato al comando e alla malizia, per cui saprà nascondere molto bene questi sentimenti nel momento in cui si apparta in un’altra stanza assieme al religioso ostentando la massima cordialità.  Ovviamente sappiamo anche come l’incontro si svolge  e quale ne sarà l’esito: nell’occasione il padrone di casa non frena assolutamente la sua lingua soprattutto nel momento in cui sa di dover rispondere all’affronto fattogli da Cristoforo. Rodrigo lo mortifica e lo apostrofa affermando che “ non è venuto al mondo con il cappuccio in capo, che il mondo lo ha conosciuto e che ha fatta la sua carovana” con un chiaro riferimento al passato non proprio tranquillo dello stesso religioso.Insomma, il bel carattere forte e agressivo di Rodrigo emerge chiaramente durante questa importante scena. Ma andiamo avanti. Un elemento che deve essere altrettanto tenuto in considerazione è il rispetto che l’uomo, comunque, ha nei confronti della religione: Rodrigo non nega l’esistenza di Dio, anzi ci crede, ma ne sente la presenza in maniera oppressiva e fastidiosa perché viene sempre a mettersi in mezzo quando un uomo decide di fare qualcosa per il proprio piacere. E questo, naturalmente, accade nel caso di Lucia, che l’uomo ha deciso di avere per se, in cui l’entità celeste si manifesta nelle figura di padre Cristoforo. Comunque, dall’incontro di cui stiamo parlando il signorotto ne esce molto infastidito a causa soprattutto del fatto che un piccolo frate abbia avuto il coraggio di insultarlo e provocarlo direttamente in casa sua: questo è un sintomo del forte senso dell’onore sentito da Rodrigo che si ripercuoterà sensibilmente anche sul nuovo sentimento di rivalsa che quella vicenda stimolerà inevitabilmente in lui. Da li, poi, nasceranno tutte le decisioni relative al rapimento e alla richiesta d’aiuto nei confronti dell’Innominato: dall’incontro con il francescano l’uomo ne è uscito molto turbato, ma la decisione del rapimento è un passo molto lungo che Rodrigo non ha mai compiuto prima; è una decisione nuova a cui non si sente pronto e verso cui sviluppa delle segrete preoccupazioni. Naturalmente è la coscienza ad emergere in lui e a lottare contro la sua caparbia e orgogliosa alterigia. La fine di questo personaggio che Alessandro Manzoni ci descrive è certamente legata all’aprirsi di quel percorso nella narrazione che muove verso il lieto fine. E ad un personaggio negativo, ad un antagonista di questo calibro non poteva che essere dedicata una morte sofferente e, come può pensare la maggior parte dei lettori, assolutamente meritata.